Mindset

atlante > formazione

Il termine mindset in senso lato significa mentalità, modo di pensare, punto di vista, e si riferisce sia a individui sia a gruppi, aziende, enti, popolazioni. In tal senso si parla di mentalità aperta o chiusa, accogliente o respingente, tradizionalista o innovativa.

In senso più specifico si riferisce ad un modello formativo proposto dalla psicologa  Carol Dweck della Stanford University, che distingue fra fixed mindset e growth mindset, ossia fra mentalità rigida e mentalità in evoluzione.

Le persone con mentalità fissa pensano che la loro intelligenza e il loro talento siano statici e immutabili, e che da essi dipenda il loro successo. Temono di sbagliare e tendono a restare attaccati al loro modo di vedere le cose. Le persone con mentalità evolutiva considerano intelligenza e talento non come doni immutabili ricevuti dalla nascita e dalla genetica, ma come punti di partenza da cui muoversi per migliorare. Affrontano con coraggio e scioltezza problemi e situazioni sfidanti, e non temono di sbagliare perché sanno che l’errore può essere corretto e qualsiasi livello di competenza può essere migliorato. Sono capaci di affrontare anche cambiamenti radicali, come trasferimenti ad altre mansioni e in altre sedi, rovesci di fortuna, guai familiari.

In genere una persona non è consapevole del proprio tipo di mentalità, che viene rivelato da ciò che dice e fa.

In che modo si può trasformare una mentalità rigida in una mentalità evolvente? In linea di massima, si può orientare la persona che si vuole avviare al cambiamento partendo dalla soluzione al problema. La mentalità fissa rifugge dai problemi e si rifugia nelle soluzioni, quelle che ha imparato una volta e che continua ad applicare anche quando non funzionano, oppure richiede soluzioni pronte e possibilmente rapide e poco costose. La mentalità evolvente non teme i problemi, a volte li cerca e li inventa, perché ama imboccare nuove strade per cercare nuove soluzioni e migliorare i propri punti di vista. Fin dalla scuola elementare, l’orientamento alle soluzioni richiede di imparare gli affluenti del Po come liste mnemoniche, senza neanche cercarli sulla carta geografica. L’orientamento ai problemi consiste nel chiedere: tutta la neve che cade sulle Alpi e poi si scioglie, dove va a finire? Partendo da vette e ghiacciai, si imboccano le valli e si scoprono i fiumi che confluiscono nel Po.

Un altro esercizio, proposto da Milton Ericson, è chiedere in quanti modi si può entrare in una stanza, o quante cose si possono fare con una bottiglia di plastica vuota. In tal modo si spinge una persona ad aprirsi a più soluzioni, andando oltre la soluzione scontata.

Si può utilizzare il giuoco di ruolo, per allenarsi ad assumere punti di vista diversi mettendosi nei panni di un’altra persona.

Con piccole attività quotidiane possiamo allenarci a riprendere contatto con la nostra mente. Diamoci un obiettivo da raggiungere entro un mese, e ogni giorno facciamo un piccolo passo per avvicinarci. Prendiamo nota di idee che ci vengono, prima che svaniscano così come sono arrivate. Stabiliamo priorità mettendo in testa le cose più importanti o più utili. Superando la paura di sbagliare, affrontiamo subito i compiti più difficili. Prendiamo decisioni senza essere precipitosi e avventati, ma non posticipiamo le scelte, valutiamo le conseguenze possibili utilizzando il “se…allora”. Accogliamo le critiche come opinioni diverse con cui confrontarci, non come giudizi di condanna.

Anche nel linguaggio corrente si possono  evitare frasi come “non sono capace”, “sono fatto così”, “è la mia natura”, e preferire “devo impegnarmi di più”, “posso migliorare”, “è andata male, ma cercheremo di fare meglio la prossima volta, imparando dall’errore”.