Pensiero narrativo

atlante – comunicazione

Il pedagogista J.S.Bruner, studiando lo sviluppo della mente del bambino e del ragazzo, individua due modi di pensare che si formano nella fanciullezza e si consolidano nel resto della vita: il pensiero narrativo e il pensiero paradigmatico. Il pensiero narrativo interpreta i fatti umani mettendoli in relazione fra di loro e costruendo storie sensibili al contesto, che si basano sull’intenzionalità (voler fare qualcosa) e sulla soggettività (il proprio punto di vista) dei protagonisti. La creazione narrativa della realtà non è sottoposta all’obbligo di dimostrazione formale, ma risponde al criterio della verosimiglianza. Agisce nel doppio scenario di azione (fare cose) e coscienza (osservare ciò che si fa e rifletterci su). Si interessa al particolare e al concreto, più che al generale e all’astratto, lasciandolo al pensiero paradigmatico logico-scientifico, interessato agli aspetti concettuali più universali e generali. Crea legami fra l’ordinario e lo straordinario, perché la storia inizia quando il protagonista varca la soglia per inoltrarsi nell’avventura straordinaria, e poi la varca di nuovo per tornare nel mondo ordinario.

Il raccontare storie è un procedimento opposto al pensiero paradigmatico, poiché la storia viene fuori da quello che è assolutamente particolare, sorprendente, insperato, anomalo, irregolare e anormale, da cose che non dovrebbero avvenire e avvengono, da eventi che si distinguono totalmente dalla normalità. Il pensiero narrativo è un pensiero per immagini, che non segue una logica lineare, ma funziona per analogie, per somiglianze; le immagini si fondono le une con le altre e si pongono in sequenza per somiglianza di contenuto, per similitudine di tonalità emotiva.

E’ un sistema autopoietico (Maturana) che costruisce la propria identità attraverso la costruzione di storie e significati personali. Si occupa del particolare, delle intenzioni e delle azioni di persone o personificazioni specifiche, delle loro vicissitudini e dei risultati da loro ottenuti. Il suo intento è quello di situare l’esperienza nel tempo e nello spazio. Il pensiero logico scientifico, invece, è un sistema descrittivo e matematico che ricorre alla categorizzazione e alla concettualizzazione, è teso a trascendere il particolare, mira a conseguire un elevato grado di astrazione indipendente da tempo e spazio.

Il pensiero narrativo non vuole dimostrare ciò che è “vero”, ma ricostruire e rappresentare ciò che è “possibile entro un dato quadro”. Non è antagonista del pensiero paradigmatico, ma in certi casi può intrecciarsi con esso. E’ un pensiero sociale, perché la narrazione è uno scambio fra persone, le relazioni fra persone sono narrazioni.

Potremmo dire che il pensiero paradigmatico sostituisce le frottole con le cause, il pensiero narrativo sostituisce le cause con le frottole.

Il pensiero narrativo si basa sulla costruzione di storie, ovvero sulla spiegazione di un fatto ricorrendo ad una struttura narrativa (rapporti di causa-effetto, collegamenti spazio-temporali, elementi emotivi). Bruner ne ha individuato alcune  proprietà:

  • capacità di interpretare il mondo e i suoi eventi, ma anche di rappresentare noi stessi;
  • si sviluppa nei bambini dai 3 ai 5 anni ed è molto importante per il loro sviluppo intellettuale e affettivo;
  • si coltiva fra adulti e bambini con la disposizione a narrare e ascoltare fiabe, eventi di vita quotidiana, eventi del passato proprio o altrui;
  • percezione dei rapporti causa-effetto, dai primi perché dei bimbi alle narrazioni mitologiche, storiche, attuali;
  • organizzazione delle sequenze temporali.

Sotto l’aspetto metodologico, il pensiero narrativo è

storico: si rifà a diverse fonti ed informazioni, ad antecedenti attendibili per il maggior numero di eventi possibile: “ieri ho fatto…” “da bambino volevo…”;

analogico: spiega un evento in base alle decisioni prese dal protagonista, dà senso agli eventi confrontandoli con eventi passati o diversi;

logico: ragiona per deduzioni, supposizioni, astrazioni. in modo quasi paradigmatico.

La narrazione ha caratteristiche ricorrenti nelle sue espressioni che vanno da banali resoconti di vita vissuta a racconti, romanzi, film, serie televisive. Essa è:

  • sequenziale: inizio, svolgimento, fine della sequenza; eventi disposti in sequenza temporale con una durata e direzioni avanti o indietro;
  • specifica: persone e fatti concreti; altri soggetti, ma personalizzati;
  • intenzionale: personaggi mossi da scopi, intenzioni, ideali, con opinioni e stati d’animo;
  • pentadica: la storia è un equilibrio fra 5 elementi (attore, azione, scopo, scena, strumento);
  • canonica: le cose si svolgono nel modo previsto, ma qualcosa rompe la canonicità e il racconto la ricompone;
  • opaca: la storia è una finzione, una rappresentazione, non fa parte della vita reale; non è “vera”, ma più o meno verosimile;
  • incerta: come nel gioco, la storia è a metà tra realtà e immaginazione.
  • credibile: se la storia non è credibile va cambiata.

Bruner sottolinea anche il carattere di problem solving del pensiero narrativo, che si mette in moto nel momento in cui ci troviamo di fronte ad una situazione problematica tipica, l’incongruenza di un evento rispetto alle nostre aspettative, la violazione della regolarità canonica, l’imprevisto che turba la prevedibilità. Per uscire dalla situazione preoccupante, il pensiero pratico cerca qualcosa da fare per riparare i danni, il pensiero organizzativo esamina il problema e cerca le soluzioni, il pensiero narrativo interpreta l’accaduto, organizza e dà senso a fatti casuali e disordinati, dà forma al disordine delle esperienze, e per esprimere e comunicare tutto ciò inventa una storia da raccontare a se stesso o ad altri. In tal senso la narrazione diventa una vera leva di problem solving, un riduttore di complessità, un facilitatore dei processi di cambiamento sociale e organizzativo.

Il pensiero narrativo è empatico, partecipa alle storie e agli stati d’animo degli attori e suscita emozioni partecipative nei fruitori del racconto.

E’ etico, perché tende a costruire valori (i buoni e i cattivi, la morale della favola). E’ uno strumento di scambio e di incontro perché, sfuggendo alle dinamiche di potere, consente di avvicinarsi al simile e al diverso, di leggere e comprendere le storie di individui, gruppi e popoli di ogni provenienza e cultura. E’ trasfigurazione, in quanto rappresentazione personale; non esprime mai una condizione di dominio sull’altro, bensì è l’esperienza dell’altro; non si radica in nessun luogo nel senso che ha il potere di travalicare ogni confine; è paradossale perché non è legato al dato di fatto, alla realtà, ma ne rappresenta solo un caso possibile, ma significativo.

Infine è terapeutico: il paziente racconta al terapeuta (e a se stesso) di sé, dei propri ricordi, dei propri stati d’animo;  il terapeuta utilizza aneddoti, racconti, favole, parabole per raggiungere i livelli profondi della psiche del paziente. La psicoterapia non è altro che un processo che mira a cambiare l’autobiografia del paziente, il racconto del suo passato, per poter cambiare i suoi comportamenti futuri.