Serendipità

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Si può cercare qualcosa che sappiamo esiste o che prevediamo in base a teorie, studi, ipotesi, oppure imbattersi in qualcosa di diverso da ciò che si stava cercando. Nel primo caso la cosa trovata è la conferma della supposizione di partenza, nel secondo è qualcosa di nuovo, di inatteso. La ricerca metodica conduce al previsto, la capacità di cogliere l’inatteso conduce all’imprevisto, a soluzioni creative e diverse dal solito.

La serendipità è la capacità di cogliere segnali, oggetti, direzioni che si presentino inopinatamente lungo il cammino, ma anche di seguire queste indicazioni e lasciarsi andare lungo i nuovi sentieri. Il nome viene da una citazione di Horace Walpole de I tre principi di Serendippo, una favola persiana che narra di tre principi che, andando in giro, trovavano lungo la strada indizi e oggetti che facevano loro scoprire nuove cose e acquisire nuove informazioni.

La casualità della scoperta si presenta spesso nella ricerca scientifica. L’esempio più popolare è la mela che cade in testa a Newton e gli fa venire in mente quella che poi diventerà la legge di gravitazione universale. Ovviamente, occorreva che la testa fosse quella di Newton, altrimenti l’umanità avrebbe avuto solo una testa con un bernoccolo in più. La scoperta dunque può avvenire per caso solo se siamo in certo modo sintonizzati a cogliere quel segnale. Ne facciamo la prova quando acquistiamo una nuova auto. Solo dopo averla acquistata ci accorgiamo che ce ne sono tante altre in giro. Come mai? Semplice, prima quella era solo una delle tante auto, ora è uguale alla nostra auto, quindi è diversa da tutte le altre.

Per applicare la serendipità alla creatività, dobbiamo prima di tutto coltivare il terreno, arandolo e concimandolo, poi seminandolo e annaffiandolo. Tutto questo si fa con lo studio, con la ricerca, con gli esperimenti e i sopralluoghi. Poi bisogna in qualche modo staccare la spina e aspettare che succeda qualcosa. Riprendendo la metafora del terreno, vedremo crescere le piante che abbiamo seminato, ma fra esse potremo scoprire anche qualche pianta diversa, nata da semi portati dal vento o da un uccello. Possiamo estirpare la pianta anomala, o farne tesoro per rinnovare l’aspetto del nostro giardino in un modo a cui non avevamo pensato. Sensibilizzarsi agli stimoli suggeriti dal caso, saperli cogliere, saperli trasformare in idee produttive. Questa è forse la parte più difficile. Anche perché le storie di successo raccontano la vicenda fortunata dopo che il successo è stato raggiunto, ma non dicono nulla su che cosa è stato fatto prima. Thomas A. Edison ha fatto più di mille prove prima di far accendere la sua lampadina elettrica ad incandescenza, ed ha avuto la tenacia di tentare e ritentare senza lasciarsi scoraggiare dagli insuccessi.

Lo stimolo deviante va preso sul serio, analizzato, sottoposto al gioco del “se…allora…”: se proviamo a usarlo così, che succederà? Che cosa potremmo ottenere? A livello organizzativo, si devono raccogliere osservazioni, impressioni, suggerimenti dei dipendenti, provandone l’efficacia nel contesto aziendale.

La serendipità, come ha detto Julius Comroe, ricercatore cardiologico americano, è cercare un ago in un pagliaio, e trovarci la figlia del contadino. Che può essere il post it, lo stick di gelato, il viagra, l’LSD. Ma può essere anche l’imprenditore visionario come Steve Jobs che vede il mouse usato solo dai ricercatori dello Xerox PARC e ne fa il computer MacIntosh, mettendolo alla potata di tutti.

In alto a sinistra si vede come i frutti di bardana si attaccano ai peli del cane, a destra come il frutto si attacca ad una stoffa. In basso a destra il sistema Velcro al microscopio mostra come i gancetti si attaccano ai filamenti del tessuto. A destra le due strisce dei microgancetti e delle microasole che caratterizzano il sistema di chiusura.
In alto a sinistra si vede come i frutti di bardana si attaccano ai peli del cane, a destra come il frutto si attacca ad una stoffa. In basso a destra il sistema Velcro al microscopio mostra come i gancetti si attaccano ai filamenti del tessuto. A destra le due strisce dei microgancetti e delle microasole che caratterizzano il sistema di chiusura.

Un bel caso di serendipità è l’invenzione del velcro, ossia del sistema di chiusura “attacca e strappa”. Negli anni ’40 del secolo scorso l’ingegnere svizzero George de Mestral, rincasando dopo una passeggiata in montagna, vide che si erano attaccate addosso al suo cane le palline della bardana, e le esaminò al microscopio, notando che avevano piccolissimi uncini che si attaccavano a piccolissime asole. Da lì gli venne l’idea che sviluppò con scarso successo in cotone, e con successo planetario in nylon e poliestere. Chiamò il suo sistema velcro da velour (velluto) e crocher (attaccare). Il sistema venne usato nel 1968 come sistema di chiusura di abbigliamento e buste per gli astronauti che andarono sulla Luna.