Stili manageriali e parentali

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Giorgio Nardone, studiando i modelli di famiglia, individua alcune tipologie ricorrenti nel comportamento del genitore verso i figli, validi per l’educatore in genere e per il manager nei confronti dei suoi dipendenti.

Il genitore o il capo puo’ essere iperprotettivo, quando giustifica e copre gli errori e le debolezze di figli e sottoposti, ma il suo atteggiamento, anche se apparentemente è amorevole, in realtà vuol dire: “ti proteggo perché da solo non ce la fai”. Quindi è diseducativo e non aiuta a crescere.

Il democratico-permissivo dice “siamo amici, siamo alla pari, aiutiamoci, diamoci del tu”. Le intenzioni sono buone, in tal modo pero’ il genitore/capo rinuncia al suo ruolo di guida responsabile, di condottiero capace di prendersi le sue responsabilità, di decidere, di gestire le situazioni in modo autorevole, di essere sgradevole ma solido. Il messaggio implicito è: “io non sono in grado di gestire la situazione, quindi cerchiamo di farlo insieme”. Finché è tutto calmo, va bene, quando le cose si complicano, figli e dipendenti non sanno che fare e si sentono persi.

Il sacrificante dice “mi tocca fare tutto a me, è tutto sulle mie spalle, se non ci fossi io andrebbe tutto a rotoli”. A questo tipo appartiene la mamma che mette in ordine la stanza del figlio, il capo che rifà o completa cio’ che avrebbe dovuto fare il dipendente, o che non si fida e vuole controllare tutto e tenere tutto nelle sue mani. Il messaggio implicito è: “siete un branco di incapaci”, il figlio o dipendente si deresponsabilizza e dice: “se lo fa lui, è inutile che lo faccia io”.

Il delegante non vuole prendersi le responsabilità che gli spettano,  rinuncia al proprio ruolo di guida. Per un leader saper delegare è una virtù: il capo non deve fare tutto lui, deve soprattutto far fare agli altri. Il genitore non deve fare lui, ma lasciar fare al figlio per farlo crescere. Ma chi delega deve mantenere il controllo, in modo che le cose siano fatte come vuole lui. Se invece la delega consiste nel cedere anche il controllo della situazione, il messaggio è: “fate voi perché io non sono in grado o non voglio correre rischi”.

L’autoritario è accentratore, deciso e rigido. Non ammette discussioni e deroghe. Esercita il comando anche per cose di poco conto, o che esulano dalle sue competenze. Non ascolta e non si confronta con gli altri. Il messaggio esplicito è “qui comando io, e si fa a modo mio”, quello implicito è “voi non contate nulla e potete solo obbedire”. Questo atteggiamento va bene in situazioni di emergenza, ma alla lunga genera ribellione, sabotaggio, resistenza passiva o inganno (se mi controlli, mi adeguo, altrimenti faccio a modo mio). E’ anche deresponsabilizzante (io avrei fatto diversamente, ma tu hai voluto fare cosi’ e ci siamo schiantati contro il muro).

Infine c’è il comportamento intermittente, oggi autoritario, domani permissivo, come gli gira. Figli e dipendenti vivono alla giornata, non prendono iniziative, sono completamente destabilizzati. Per non cadere in questo tipo di leadership, se si decide di assumere uno stile bisogna cercare di mantenerlo con coerenza. Se vogliamo cambiarlo dobbiamo associare il cambiamento ad un evento, ad una situazione di crisi: “finora abbiamo fatto cosi’, ma poiché ve ne siete approfittati, da oggi si cambia registro”.