Cappelli e autoinganni per sopravvivere ad un ingorgo autostradale

Il 15 novembre 2012 siamo andati ad Avezzano per la mia visita cardiologica quadrimestrale. Al ritorno, in autostrada Adriatica, siamo incappati in una lunga coda perché era bloccato il tratto da Porto San Giorgio a Porto Sant’Elpidio.

L’uso dei cappelli di De Bono, e la tecnica dell’autoinganno del problem solving strategico, ci hanno aiutato a vivere l’inconveniente nel modo meno sgradevole.

L’ingorgo, a volte bloccato, a volte con lento scorrimento, era lungo una decina di chilometri, per cui le due ore di viaggio sono diventate quattro. Inoltre avevamo una cena con amici intorno alle 20, ed erano già le 18,30, ora comoda perché se tutto fosse andato liscio saremmo arrivati alle 19, il tempo per rinfrescarsi e andare all’appuntamento. Invece, fermi nel blocco, vedevamo passare il tempo senza avere nessun’idea di quando saremmo riusciti di nuovo a muoverci.

C’erano tutti gli ingredienti per farsi prendere dall’ansia. La situazione ideale per ricorrere alle tecniche che il consulente suggerisce ai suoi clienti, ma poi spesso non è capace di applicare ai suoi casi. “Medice, cura te ipsum”, direbbe l’evangelista Luca, e il saggio yoga confermerebbe che se non sei in grado di star bene tu non puoi far stare meglio gli altri.

Quindi mia moglie ed io abbiamo deciso di fare il gioco di notare tutte le cose che nel frangente ci stavano andando bene, indossando un bel cappello giallo, che per De Bono è l’atteggiamento mentale volto a individuare gli elementi positivi di una situazione. Ebbene, li abbiamo trovati!

Mentre la colonna era ferma, ascoltavamo tranquillamente Caterpillar alla radio, una trasmissione che ci piace, quindi una prima cosa che andava bene. Quando la colonna si rimetteva in moto, ovviamente si trattava di un miglioramento rispetto allo stare fermi. All’uscita dal casello, contrariamente alla legge di Murphy, abbiamo imboccato la corsia scorrevole, mentre quella vicina si era bloccata. Dopo l’uscita, invece di un semaforo, per regolare l’ingresso nella SS 16, la grande rotonda di Porto San Giorgio, anche se completamente intasata, ci ha permesso di scorrere piano piano e di imboccare la statale in una manciata di minuti. Ovviamente anche la statale era ben trafficata, ma la colonna scorreva alla velocità di 40 km/h circa e comunque non avremmo potuto superare i limiti urbani di 50 km/h, poiché attraversavamo centri abitati, quindi poco male.

Ad un incrocio un suv proveniente da destra si è infilato nella colonna del senso inverso, e stavamo rischiando il classico effetto domino delle auto tutte incastrate l’una con l’altra, ma fortunatamente ognuno ha aspettato il suo turno e in pochi minuti il nodo si è sbrogliato da solo e ci siamo rimessi in moto.

La colonna molto densa è durata fino a Porto Sant’Elpidio, perché lì il grosso del traffico rientrava in autostrada ma noi, ormai piuttosto vicini alla meta, abbiamo continuato per la statale che ormai era tornata quasi normale.

A Civitanova temevamo l’intoppo di un passaggio a livello, che invece abbiamo trovato aperto. Che fortuna!

Infine, telefonando agli amici per annunciare il nostro ritardo, ci hanno detto che anche la loro figlia era nello stesso nostro tratto di strada, quindi è arrivata poco dopo di noi e non siamo nemmeno stati i ritardatari della compagnia!

Per concludere, siamo arrivati alle 20,30, quando pensavamo di arrivare molto più tardi. Quindi, contenti per come erano andate le cose, ci siamo gustata una bella pizza con gli amici.

Se invece del cappello giallo avessimo indossato il cappello nero, e poi quello rosso, avremmo cominciato a smadonnare deplorando la nostra sfortuna nell’essere capitati nell’ingorgo, con tutto quello che seguiva, e avremmo passato due ore sgradevoli invece di spassarcela in relax.

Questi i fatti. Ecco ora un po’ di considerazioni “tecniche”.

Quando è funzionale ricorrere all’autoinganno? Quando non c’è altro da fare, perché non siamo di fronte ad un problema, ma ad una condizione. L’ingorgo non è un problema che avremmo potuto risolvere, ma la condizione che si era creata. Il problema era attraversare l’ingorgo – nel tempo e nello spazio – nel migliore dei modi, o almeno nel modo meno sgradevole. E il cappello giallo è stato lo strumento dell’autoinganno. Normalmente consideriamo normale che tutto vada bene, e ci accorgiamo solo di ciò che va male. Se invece ci alleniamo a notare intorno a noi le cose che vanno bene viviamo molto meglio. Nella stessa situazione possiamo vederci imbottigliati nel traffico oppure comodamente seduti al calduccio mentre ascoltiamo la radio.

Ciò non significa vivere come bamboccioni con i paraocchi, come il Candido di Voltaire, ma essere coscienti di ciò che succede. Che cosa era successo in autostrada? Lo abbiamo saputo dai notiziari del giorno dopo e dal web, che abbiamo consultato col cappello bianco. Alcuni automobilisti hanno rilevato la presenza di tre grossi sacchi di sostanze ignote abbandonati ai lati dell’autostrada. I tecnici sopraggiunti hanno rimosso due sacchi, mentre dal terzo usciva un filo di fumo. Uno dei tecnici ha tentato di spegnere il focolaio con un getto d’acqua, ma il sacco è esploso ferendo seriamente il malcapitato. Poiché non si è riusciti a capire quale fosse la natura delle sostanze, quasi certamente tossiche, l’autostrada è stata bloccata nei due sensi per rimuovere qualsiasi traccia di materiale.

Con lo stesso cappello abbiamo comunicato la nostra situazione agli amici, e abbiamo acquisito la notizia che anche la figlia era imbottigliata.

Col cappello nero, abbiamo riflettuto sulla carente politica di gestione dei rifiuti, specie di quelli pericolosi, che spesso cadono nelle mani della criminalità organizzata.

Col cappello giallo, abbiamo ringraziato mentalmente i tecnici che hanno chiuso l’autostrada, dove il prezzo pagato all’ingorgo ci ha protetto da rischi peggiori.

Col cappello blu abbiamo calcolato le probabilità di arrivo con margini molto larghi: in genere quando si progetta ci si tiene sempre larghi con i tempi per avere margini di rientro nel caso di inconvenienti. Nel nostro caso, pur nella sua lentezza, il traffico si è mosso in modo da farci arrivare molto dopo i tempi standard, ma prima delle nostre recenti previsioni. Con lo stesso cappello, e con la tecnica delle tentate soluzioni da evitare, abbiamo previsto un blocco altrettanto pesante al rientro in autostrada, e l’abbiamo evitato scegliendo la strada più lenta, ma più scorrevole al momento, secondo lo stratagemma strategico cinese “partire dopo per arrivare prima”. La soluzione corretta di scegliere l’autostrada per fare prima, diventa una tentata soluzione disfunzionale se le condizioni dell’autostrada sono cambiate. Il problem solving cerca nuove soluzioni adattandole alle nuove condizioni.

Pubblicato da

Umberto Santucci

Sono un consulente e formatore di comunicazione, problem solving, project management, mappe mentali e altri strumenti di visualizzazione e controllo, creatività. Sembrano tante cose diverse ma sono aspetti della stessa competenza: definire correttamente e risolvere problemi.

11 pensieri riguardo “Cappelli e autoinganni per sopravvivere ad un ingorgo autostradale”

  1. Certo! Positività e buonsenso. Mi piace il black out, perché posso accendere tutte le candele. La neve ci blocca in casa? Film, incontri con i vicini di casa, libri e… ahimè… pranzetti. Un sassolino ha rotto il parabrezza della macchina nuova? Ho verificato un assistenza perfetta, ho guidato una orrenda vettura di cortesia che mi ha fatto entusiasmare ancora di più dell’automobile che ho scelto. Ingorgo? Innanzitutto esploro chi e cosa mi circonda: strani individui, situazioni curiose, cose che facendo ogni giorno quella strada non ho mai notato. Poi c’è il telefono, la radio… l’opportunità di evitare un impegno noioso. Lo scorso inverno mio figlio si è incidentato il primo giorno di sci. Appurato il danno ridotto e sedato il dolore, ci siamo goduti la montagna, il bell’albergo con spa, il paesello in relax totale, per sciare c’è sempre tempo, e lui ha scoperto, da tredicenne, i vantaggi indiretti dell’ingessatura: concessioni, consolazioni, indulgenze. In realtà, nasciamo e cresciamo nella critica e nella proiezione apocalittica. “Stai attento che ti fai male!”, “Se non studi prendi tre!”. Cresciamo con lo spettro del problema, con la gioia del conoscere trasformata nello squallido obiettivo numerico del voto, ci abituiamo alla punizione e non all’elogio. Ho proposto al mio piccolo comune di istituire la menzione dei cittadini modello, che pagano la tassa dei rifiuti, rispettano il codice della strada, tengono bene la loro casa, interagiscono propositivi nella comunità. La cultura della positività forse nasce proprio dal valore del riconoscimento.

    1. Caro Gimmi, grazie del tuo commento che aggiunge una notevole quantità di esempi a ciò che ho cercato di dire, avendone colto perfettamente il senso.

  2. Buon giorno dott. Santucci, leggo sempre con piacere quanto scrive, il suo libro “fai luce sulla chiave” mi ha ispirato, e mi piacerebbe molto sviluppare un mio metodo personale, secondo lei esiste ancora spazio nell’approccio ai problemi, per idee ed intuizioni nuove, non banali? Attualmente sto lavorando alla creazione di un metodo, il dubbio è proprio di sfociare nella banalità.
    Un cordiale saluto
    Gianluca

    1. Gianluca, prima di elaborare un proprio metodo, a mio avviso è meglio imparare ad usare bene metodi collaudati, come io faccio per metodi e strumenti che propongo (pensi che il diagramma di Gantt è addirittura del 1917!). Poi, se ne è capace, può introdurre qualche sua improvvisazione personale, o un suo stile di esecuzione. Oltretutto, se già è difficile “vendere” un metodo collaudato e noto, figuriamoci un metodo nuovo e personale che non conosce nessuno…

  3. Ciao Umberto,
    ancora una volta condividi un piacevole e stimolate aneddoto su un’applicazione della tecnica dei 6-Thinking-Hats.
    Casualmente arriva immediatamente dopo un pomeriggio – ieri! – passato piacevolmente a rileggere/ri-ascoltare De Bono sul suo metodo [Youtube: http://www.youtube.com/watch?v=3Mtc_CBTIeI&feature=relmfu (1 di 6)]
    🙂
    Ieri avevo anche deciso che è giunto il momento di suggerire ai 2 figli maggiori [34 e 23 anni, Reggio Emilia e Berlino] di dedicare un momento di seria auto-informazione sul tema dei 6 cappelli per pensare.
    Il tuo aneddoto arriva come una ciliegina sulla torta, perché si riferisce ad una situazione ad un tempo casuale e personale (al di fuori da un contesto professionale): tanto più esemplificativa della potenza del metodo.
    Continua così, per favore: sei davvero una persona “preziosa”.
    Paolo S.

    1. Caro Paolo, sono molto felice di ricevere questo commento da una persona della tua esperienza e del tuo valore. I miei umili tentativi sono proprio quelli di calare tecniche e metodi in situazioni che ognuno di noi può sperimentare in proprio, per evitare che rimangano modelli astratti e teorici.

    1. Nico, grazie dell’articolo e delle lunghe citazioni. Ti ho preso in parola e ti ho mandato una piccola correzione. Del resto le correzioni sono viatico di qualità 🙂

  4. è sicuramente un atteggiamento mentale da perseguire, diventa più difficile quando sei insieme a persone che smontano lo sforzo di tenere in testa il cappello giallo.
    Anche su questo aspetto mi piacerebbe avere i tuoi consigli !!
    Grazie per aver condivido e spero di ricevere ancora i tuoi suggerimenti. Ciao Carla

    1. Carla, se una persona insiste nello smontare il tuo cappello giallo, prova a drile: “Bene, mi hai espresso le tue perplessità senza dubbio valide su cui meditare. Ma ora, per favore, prova a toglierti di testa il cappello nero, e prova a metterti quello giallo, per vedere se trovi qualcosa di positivo!” Se insiste, puoi dire: “Lo so che per natura sei diffidente, sospettoso, realistico. Ma prova solo un momento a giocare con me a cappello giallo…” La dimensione del gioco faciliterà il cambio di atteggiamento mentale. Se poi rifiuta il gioco… lascialo perdere! 😉

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *