Convivialità

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Pierre A. Renoir, Le Déjeuner des canotiers, 1881, Phillips Collection, Washington. Renoir rappresenta un momento di pausa conviviale nelle attività sportive che si praticavano lungo la Senna e la Marna.
Pierre A. Renoir, Le Déjeuner des canotiers, 1881, Phillips Collection, Washington. Renoir rappresenta un momento di pausa conviviale nelle attività sportive che si praticavano lungo la Senna e la Marna.

La convivialità è simpatia, conversazione piacevole, festa, augurio, scambio pacifico di opinioni. Ivan Illich ne ha fatto un saggio pubblicato nel 1973, in cui la propone come antidoto all’espropriazione degli strumenti da parte del sistema industrializzato moderno. L’individuo moderno può solo usufruire di strumenti fatti da altri ed estranei alla sua sfera di influenza, non li può controllare. Per esempio, con un computer o uno smartphone possiamo solo usare le applicazioni, non possiamo modificarle. Se vogliamo andare da Bologna a Milano possiamo usare macchina e autostrada solo nel modo previsto dai costruttori, quindi siamo consumatori del nostro viaggio che sarà uguale a quello di tutti gli altri automobilisti. Se invece andiamo a piedi siamo padroni di tutto il percorso, e possiamo decidere se seguire una strada o un sentiero, o avventurarci fra campi, boschi e paludi. Naturalmente gli strumenti moderni ampliano molto le nostre capacità. A piedi potremmo considerare un tragitto di 5-6 km, in macchina/autostrada ne possiamo fare 600. La perdita di controllo sul moderno sistema di strumenti si manifesta oltre un livello critico. Per esempio la macchina permette di arrivare più velocemente in un luogo, riducendo la distanza. Se però le macchine diventano tante, si crea un ingorgo che allunga la distanza invece di ridurla, e intrappola perché non possiamo abbandonare l’auto e proseguire a piedi, quindi lo strumento annulla i suoi vantaggi e li trasforma in inconvenienti. La stessa cosa avviene con la scuola dell’obbligo e il servizio sanitario.

La società conviviale tende a rimettere gli strumenti in mano agli individui, andando oltre il sistema industriale con la demitizzazione della scienza e la riappropriazione del linguaggio e del diritto.

La convivialità si può applicare all’impresa attraverso un management umanistico che restituisce ai dipendenti il potere di parola e di iniziativa. L’azienda non è un posto di lavoro, è uno stare insieme per andare da qualche parte e per fare qualcosa, è un organismo sistemico non predeterminato ma mutevole e fiorente. Alla competizione si sostituisce la cooperazione, presupposto della qualità e dell’innovazione. Tutti i componenti dell’impresa sono messi in condizione di conoscersi, raccontarsi, valorizzare la propria esperienza, curare il corpo e l’autoconsapevolezza.

Anche il mercato è un luogo in cui aziende e clienti si incontrano, condividono risorse, apprendono insieme affrontando problemi e trovando soluzioni.

Il Manifesto Convivialista è stato redatto nel 2013 dal sociologo francese Alain Caillé e sottoscritto fra gli altri da Edgar Morin e Serge Latouche. I convivialisti promuovono l’arte di vivere insieme (con-vivere) che valorizza la relazione e la cooperazione e permette di contrapporsi senza massacrarsi, prendendosi cura degli altri e della natura. Non sono contro il mercato e la ricerca di una redditività monetaria sono pienamente legittimi finché rispettano i postulati di comune umanità, socialità, ecologia. Il problema non è costituito dal mercato in sé, ma dal neoliberismo, la mostruosa e indebita estensione dell’economia, della competizione e della ricerca del profitto individuale a tutte le sfere dell’agire umano, con la minaccia di una crescita economica infinita. Il convivialismo vi si oppone con una migliore distribuzione delle risorse attraverso l’adozione di un salario minimo e di un profitto massimo, l’uso di nuove tecnologie al servizio della transizione ecologica, le reti telematiche considerate come beni comuni accessibili a tutti e sottratte alle dinamiche di mercato. E’ un ben-vivere a crescita zero che instaura con la Natura un rapporto improntato al dono e alla reciprocità.

I quattro principi dei convivialisti sono:

  • comune umanità: l’umanità è una, al di là delle differenze di colore della pelle, nazionalità, genere, ricchezza ecc.;
  • comune socialità: i rapporti sociali sono la più grande ricchezza dell’umanità;
  • individuazione: ognuno può sviluppare la propria singolare individualità;
  • opposizione controllata: gli esseri umani si differenziano accettando e controllando il conflitto.

Dai quattro principi derivano le quattro questioni:

  • la questione morale impone di riconoscere pari dignità a tutti gli altri esseri umani, per avere accesso alle condizioni materiali necessarie ad un buon livello di vita, rispettando gli altri senza avidità e corruzioni;
  • la questione politica legittima un governo solo se rispetta i quattro principi e le considerazioni morali, economiche ed ecologiche;
  • la questione ecologica non considera l’uomo padrone e nemico della natura, e gli impone di restituirle più di quanto ne prende per lasciare alle generazioni future un patrimonio naturale preservato;
  • la questione economica impone di cercare tutte le possibili forme di prosperità senza crescita, e perseguire un equilibrio tra mercato, economia pubblica e associativa (sociale e solidale), producendo beni e servizi individuali, collettivi o comuni.

Per opporsi agli enormi poteri finanziari, materiali, tecnici, scientifici, intellettuali, militari e criminali che gestiscono il sistema dominante, spesso invisibili e sovranazionali, bisognerà potenziare l’indignazione contro l’avidità e la corruzione di pochi a svantaggio dei più; la consapevolezza di non essere soli, ma partecipi di una comunità mondiale; la mobilitazione degli affetti e delle passioni, contro i cupi teorici delle «scelte razionali» e le società occidentali che hanno fatto dell’uomo un “animale economico”, quando per lunghissimo tempo era diverso, e solo da poco è diventato una macchina calcolatrice.