Design aperto e chiuso

Ieri ho cambiato la cartuccia del toner della mia stampante laser a colori multifunzione. Il toner è una polverina fine, che potrebbe essere contenuta in una bustina, in una boccetta, o addirittura essere ricaricata da un distributore, come comincia ad accadere in alcuni supermercati per alcuni detersivi. Certo, sarebbe difficile farla pagare 50 euro, perché un cucchiaio di polverina sembrerebbe già caro se costasse 2 euro! E’ una cosa sensata che un mucchietto di polvere come il disegno nel cerchietto a destra produca un tale mucchio di rifiuti, come si vede nella foto?

Come funziona questo sistema? Si crea un contenitore che va ad inserirsi in uno spazio predisposto. Contenitore e alloggiamento non hanno forme standard, ma ogni tipo di apparecchio ha il suo, per cui il contenitore va sostituito con un contenitore dello stesso tipo. Nel contenitore è montato il rullo di distribuzione del toner, un congegno di precisione che ad ogni cambio di toner si butta via. Il contenitore assembla plastica e metallo, oltre alla polvere del toner, quindi è difficile smaltirlo in una raccolta differenziata, tanto che va riconsegnato al negoziante che lo fa smaltire secondo le norme sui rifiuti speciali.

Questa è una progettazione “chiusa”, “proprietaria”. La polverina del toner, che verosimilmente è pressoché uguale per tutte le marche e i tipi di apparecchio, viene “chiusa” nel contenitore, che la trasforma in un refill proprietario, l’unico che va bene per quel tipo di apparecchio. In un sistema aperto, la polverina andrebbe rimboccata nel contenitore della macchina, invece di dover usare un refill usa e getta. In un sistema chiuso invece il prodotto viene impacchettato in un refill che funziona solo su quella macchina.

Il sistema è disegnato per far lievitare il costo dei consumi, rispetto a quello dell’apparecchio. Una stampante costa poco perché i materiali di consumo costano molto, e il profitto minimo dell’acquisto una tantum diventa consistente con i materiali di consumo.

La follia del procedimento sta nel fatto che il consumo di una piccola quantità di prodotto genera una grande quantità di rifiuti. Nel caso del toner, un prodotto “stupido” come il pigmento colorato, viene confezionato con un prodotto intelligente, che quando lo stupido è esaurito va buttato via. E’ come se in una organizzazione un lavoratore intelligente fosse accoppiato con uno stupido, e quando lo stupido viene licenziato, dev’essere licenziato anche quello intelligente.

Oppure è come se, quando si usava penna e inchiostro, ogni volta che finiva l’inchiostro nel calamaio si fosse buttato via tutto il servizio da scrittoio.

Mi è stato osservato che il toner è cancerogeno, quindi non può essere venduto sfuso. Ma  io parlo di design, di progetto: chi ci dice che non si possa progettare un toner non cancerogeno? Anche immaginando una monodose sigillata, chi ci dice che dobbiamo buttare ogni volta tutto il meccanismo di distribuzione della polvere (rullo, pulegge, ecc.)? Il progetto si basa su specifiche e vincoli, oltre che sulla finalità. Se cambiamo finalità, specifiche e vincoli, cambia anche il progetto, e quindi il ciclo di vita del prodotto.

Quindi la rivoluzione comincia dal design, dai sistemi aperti, dalle norme che potrebbero supportarli. E lo smaltimento dei rifiuti comincia sempre a monte del processo, cercando di ridurre al minimo chiusure, blocchi, contenitori, imballi. E’ ciò che già sta succedendo con il software open di fronte a quello proprietario. Quindi se è possibile nel software, lo è anche nell’hardware.

Per capire meglio la differenza fra sistemi aperti e chiusi, osserviamo i due tipi di chiavi a confronto. La prima è una bella chiave da forziere veneziana dei primi del ‘500. La forma particolare è fatta in modo che la chiave possa entrare solo nella serratura del suo forziere, che può essere aperto solo dalla sua chiave. La seconda è una chiave USB (universal serial bus = connettore seriale universale), che collega a qualsiasi computer qualsiasi tipo di periferica. Nel primo caso abbiamo un design chiuso, unico, nel secondo un sistema aperto, universale. Se il doge veneziano si perdeva la chiave, doveva chiamare il fabbro per far cambiare la serratura (noi dobbiamo fare la stessa cosa con le nostre serrature di sicurezza). Se invece ci perdiamo un connettore usb, qualsiasi altro connettore va bene.

Questo è il design del futuro: universale, aperto, accessibile in doppio senso, intercambiabile, ricaricabile.

Pubblicato da

Umberto Santucci

Sono un consulente e formatore di comunicazione, problem solving, project management, mappe mentali e altri strumenti di visualizzazione e controllo, creatività. Sembrano tante cose diverse ma sono aspetti della stessa competenza: definire correttamente e risolvere problemi.

24 pensieri riguardo “Design aperto e chiuso”

  1. ciao umberto,
    ho letto con attenzione il tuo articolo e le riflessioni che derivano dall’utilizzo di una semplice stampante
    tanto hai ragione che io ho cestinato la mia stampante a colori che, anche quando stampavo in BN (il 99,9 % delle volte), usava misteriosamente anche le cartucce a colori, per acquistarne (anzi me ne ha fatto gentile dono la scuola!) una solo in BN che va come un treno e non consuma nulla

    mi pare la tua una battaglia contro la società dei consumi alla quale ho minimamente partecipato anche io nel lontano ’68!
    mi pare ahimè una bataglia persa !
    contro il capitalismo e il consumismo spinto la (tua) ragion ahimè penso che non vale
    se mi autorizzi parlerò ai ragazzi , citandoti ovviamente, del concetto molto intelligente di sistema chiuso e aperto
    l’esempio delle 2 chiavi è perfetto

    ti consiglio…cambia stampante, la mia samsung è realmente ok e costa solo 80 euro!!
    il mondo è bello anche in bianco e nero ed è molto piu’ raffinato
    hanno da morì!!!!
    a presto
    luca

    1. Sono molto lusingato del tuo interesse, e contento che parli con i ragazzi del design aperto e chiuso. Naturalmente sono molto interessato alle vostre considerazioni, perché ho intenzione di approfondire l’argomento. Sulla “battaglia persa”, io non faccio battaglie, ma pongo problemi per stimolare chiavi di soluzione: se ci riesco, bene, altrimenti i problemi cresceranno fino a quando se ne accorgeranno tutti Anni fa, chi avrebbe pensato che le qualità energetiche di un appartamento sarebbero diventate elemento di quotazione del prezzo?

  2. ciao Umberto sono d’accordo con te! da qualche anno utilizzo i detersivi e le cartucce “ricaricabili” con ottimi risultati!!!
    per non parlare di come moltissimi altri oggetti possono essere riciclati con risultati eccezionali e divertenti!!!

    le bottiglie di plastica possono essere divise a metà e la parte superiore si può utilizzare per chiudere le buste per alimenti e la parte inferiore come contenitore per pout pourri.

    grazie per i tuoi suggerimenti interessanti!

    alessandra

    1. Scusa Alessandra.
      Mi incuriosice l’impiego che fai delle bottiglie di plastica. In che senso usi la parte di sopra per chiudere le buste per alimenti?

      Grazie MARCO.

      1. Un gioco creativo che spesso ho proposto nei miei corsi di problem solving e creatività, era di immaginare tutto quello che si potrebbe fare con una camera d’aria di bicicletta e con una bottiglia di plastica.

  3. Buongiorno Umberto,

    Posso dire che “sfondi una porta aperta?”.
    Sono pienamente daccordo con il tuo punto di vista.

    Io lavoro come grafica in un’agenzia di comunicazione che si occupa anche di editoria e la mia principale occupazione e impaginare una rivista che si occupa di ambiente, quindi, ogni giorno mi trovo difronte alle mille sciocchezze come questa che producono un mucchio di rifiuti e dall’altra il “must” continuo che viene proposto di preoccuparsi dell’ambiente, di evitare rifiuti inutili, di consumare con intelligenza, di differenziare i rifiuti, ecc.

    Ma se non cambiano i modi di produzione, non riusciremo mai a contenere tutte le problematiche legate al problema di come sono confezionate le cose stesse.

    La tua riflessione sulla stampante, assomiglia alle mie riguardo ad imballaggi complessi, composti da mille tipi di materiali o che non si possono differenziare, ci penso costantemente: ogni volta che me li ritrovo tra le mani e devo dire che sarebbe molto bello trovare una soluzione intelligente.

    1. Anna Rita, il mondo è nelle mani di voi designer, grafici o industriali o sociali. Raccogli materiale ed esempi, perché poi magari unendo le forze potremmo farne qualcosa di più “sonoro”!

  4. Caro Umberto,
    la tua intuizione è assolutamente applicabile in molti altri ambiti, e penso che come anche tu lasci intendere ad oggi non si tratterebbe più di “limite” pratico nel trasmormare quello che è considrato static object in “rechargeable”. In realtà si è generato tutto un mercato attorno proprio al mondo dei toner con i cosiddetti “rigenerati”, che non sono altro dei toner esauriti, che vengono prelevati durante la filiera di smaltimento e “forzatamente” ricaricati attraverso appositi imbuti che spingono il toner all’interno della serbatorio del toner. Quello che tu hai quindi intuito, se venisse applicato a qualsiasi cosa, andrebbe cosi tanto ad impattare sulla produzione industriale , che fonda proprio il suo business sul concetto del “nuovo è più qualitativo che ricicliato” che obbligherebbe le indusrie a ripensare proprio al loro oggetto di business. Mi viene ad esempio in mente (per deformazione professionale) come in qualche modo si sta già facendo con l’impego di software open source in sostituzione a quello con licenza. Questo trend fortemente in auge, in alcuni paesi del nord Europa sta obbligando le varie softwareouse a ripensare al mercato deli loro prodotti, sopratttutto a quei software destinati al mercato consumer. E’ chiaro che nel caso di un software le cose sono (proprio per la sua natura intangibile) più facili, ma comunque se si pensasse ad esempio nel caso dei toner, ad una sorta di chassis fatto ad Hoc che prenda il posto del toner originale,che invece di rendere cosi difficile una ricarica, permettesse un’apertura semplice per effettuarla, penso potrebbe essere una buona idea.
    Mi permetto prima di salutarti, di ricordare che il toner è altamente canceroggeno per inalazione, e che si deve porre estrema attenzione nel maneggiarlo, ed è forse l’unica attenuante valida che giustifica ancora ad oggi la convenienza nell’acquistare un prodotto rigenerato industrialmene o comunque nuovo.

    1. Marco, il toner è un caso, un segnale, una metafora di ciò che stiamo facendo a questo nostro UNICO mondo. Qunado avverrà la vera grande rivoluzione, quella che considererà il profitto non come il fine, ma come un effetto collaterale del fare cose buone, utili e giuste, per citare Carlin Petrini?

  5. avendo rifiutato il comunismo , abbiamo di conseguenza accettato questo consumismo….
    Non è una lotta persa se c crediamo in molti
    tutto stà a volerlo
    alle prossime votazioni
    vota Roberto S

  6. sicuramente il modo di vendere di oggi genera troppa spazzatura. Non bisogna però semplificare troppo. I toner delle stampanti (la misteriosa polverina) sono costituiti da nanopolveri di inerti e coloranti che, inalate, possono causare danni anche gravi alla salute. Il processo di stampa li fonde sulla carta e quindi diventano innocui dal punto di vista respiratorio (non ci giurerei su quello “alimentare”. Non è quindi possibile tecnicamente vendere queste polveri “sfuse”, come avviene per i detersivi. Si può però spingere sul riciclo della cartuccia.

    1. Una possibilità è anche la grana fine della progettazione dei pezzi da sostituire o ricaricare: oggi si tende a sostituire interi blocchi fatti di chassis, meccanismo, materiale di consumo: basterebbe scinderli e permettere sostituzioni separate, un po’ come avviene per i pc compatibili.

  7. Caro Umberto,
    Hai proprio ragione! La tua riflessione sul sistema chiuso ed aperto è assolutamente vera ed attuale.
    Hai toccato un problema che è molto più grave di quello che riusciamo intuire cambiando la cartuccia della stampante. Il sistema chiuso è caratteristico per tutta la nostra società occidentale che, se lo vogliamo ammettere o no, è destinata a perire se non cambia i suoi design. Io non sono un catastrofista ma, essendo un attento osservatore, non posso non accorgermi che questo sistema, che anche fisicamente consumando l’ossigeno dell’atmosfera e rilasciando più anidride carbonica di quella che la natura possa smaltire, ha iniziato già ad avere un respiro corto! Ecco l’effetto del sistema chiuso in cui perseveriamo da decenni. Qui bisogna fare davvero una RIVOLUZIONE CULTURALE altrimenti rimarremo soffocati dai nostri mal pensati design e tanti inutili rifiuti.
    Krzysztof

    1. Grazie per le tue attente e profonde considerazioni.
      Per portare il discorso su un piano a te più vicino, i sistemi aperti e chiusi li troviamo anche in ambiti sociali, dalla famiglia ai microcosmi lavorativi e ludici, dal punto di vista che si assume sui problemi vari. fino a chiusure e aperture di menti e cuori, nei rapporti con se stessi e con gli altri.

  8. Carissimo Umberto sempre in primalinea!!!!!
    Quante volte abbiamo parlato di questi argomenti e purtroppo mai abbastanza visto che è una battaglia persa ma……………resistiamo : qualcuno se ne accorgerà e magari fara un’interrogazione allla Camera che produrrà una proposta di legge la quale subirà 1000 emendamenti !
    Facciamo la RIVOLUZIONE CULTURALE come dice Krzysztof ( acc. che nome………..ma non si può rivoluzionare lui avendo pietà di chi vorebbe chiamarlo x nome ? Ciao Krz) ma come si fa questa ” rivuluzione ” visto che siamo noi stessi i principali autori degli scempi ?
    Purtroppo veramente ” ai posteri……………la sentenza ”
    Un abbraccio caro Umberto
    Tina Badaracco

  9. Egregio Santucci,
    sono capitato per caso, tramite nume.it, sul tuo blog. Da vecchio ambientalista e designer, condivido a pieno le tue riflessioni. Ti seguirò certamente da oggi, con attenzione e simpatia.
    Qualche tempo fa, nella sala convegni del mio Comune, la TRM, società che promuove e gestisce il costruendo inceneritore -pardon: termovalorizzatore- di Torino e il più grande e anacronistico d’Europa, per dimostrare la sua propensione ecologica, ha regalato agli intervenuti una biro con il fusto di legno (= ecologicità), la clip di plastica abs, il refill d’ottone e polipropilene… insomma un oggetto destinato a finire proprio nell’inceneritore propagandato. Se ci avessero regalato una penna stilografica, di quelle con la pompetta non con le cartucce, se fosse stata mono-materica, che so, d’oro, di quelle che i nonni lasciano ai nipoti, per generazioni, avremmo avuto un costo monetario leggermente più alto, ma un costo ambientale estremamente inferiore.
    Ma siamo, prima che cittadini, prima che persone, consumatori, e mi è anche accaduto di vedere in vendita una stampante laser il cui costo promozionale era inferiore a quello delle sole cartucce di toner.
    Molti altri prodotti presentano caratteristiche analoghe, sarebbe divertente analizzare la dinamica degli imballaggi, ad esempio quella dei dentifrici, ma sarà per un’altra occasione. Un cordialissimo saluto.

    1. Benvenuto fra i miei amici, Rodolfo! Molto bello il tuo esempio della penna-regalo! Proprio ora sto leggendo un libro sul greenwashing, che recensirò quanto prima su questo sito. La follia del sistema è produrre per alimentare gli inceneritori, che con la loro diossina alimentano ospedali e big pharma.

  10. Caro Umberto, leggo sempre con interesse i tuoi suggerimenti, idee, proposte, provocazioni.
    Ti ringrazio di cuore, sopra tutto perché mi permetti di riflettere su argomenti che altrimenti non avrebbero la mia attenzione ed anche per la tua capacità propositiva e positiva, il tuo modo di avvicinarti alla realtà (spesso problematica) come una sfida evolutiva, come spunto per trovare soluzioni “divergenti” alle difficoltà, perché mi aiuti a sentirmi “attiva” in un mondo troppo complesso per poter “fare qualcosa”. Forse, il primo passo è proprio quello (come tu ci insegni) di pensare in modo diverso, di posare la nostra mente su pensieri “positivi”….una vera e propria “dieta della mente” (come diceva il protagonista di A beautiful mind) capace di scegliere solo “cibi buoni”, che stimolino creatività, progettualità, fantasia…speranza.
    Grazie.

    1. Daniela, hai colto bene ciò che volevo dire: cominciare a fare attenzione alle piccole cose di ogni giorno, e cominciare a cambiarne qualcuna, o semplicemente a farsi un’idea, perché se le piccole cose diventano tante, cambiano il mondo!

  11. (Scrivo per la seconda volta: il Leviatano patrono dei webmaster aveva detto che il mio indirizzo non lo accettava. Mi sono tolto e poi reinserito nella newsletter: vediamo se aggiro il… Leviatano…:-)

    Dunque, sono entusiasta del tuo pezzo.: da super-anticonsumista fin da tempi non sospetti (quando nessuno lo era) ho sempre sostenuto che… eehm… crocianamente la Forme è Contenuto, dunque l’imballaggio è Sostanza. Infatti nel mio Manifesto dell’Anti-Consumatore, stilato 3 anni fa si dà molta importanza all’esterno della merce entrando anche in particolari. Dopo aver letto il tuo pezzo ho ampliato la parte sui “consumabili” come le cartucce.

    Per leggere e eventualmente sottoscrivere (non ti dico che cattiverie mi sono inventato nel Manifesto…) basta andare nel colonnino del Blog su “E questi li hai letti?”

    Anzi, visto che qui si è creato un ambiente amico, ditemi se manca ancora qualcosa o c’è qualche errore concettuale.

    Ora provo a inviare, e che il Levitanao ce la mandi buona.
    Cari saluti
    Nico

    1. Il tuo feedback mi fa particolarmente piacere perché apprezzo il tuo lunghissimo cammino “naturista” nel senso più ampio del termine. Mi piace molto il tuo manifesto.
      A proposito del Leviatano, immagino che tu abbia avuto difficoltà ad inviare il commento. Se hai voglia, dimmi – magari in privato – che cosa è successo, così provvedo col web mnaster.

  12. Condivido le idee di Umberto e sono io stesso un utente (e programmatore dilettante) di software libero o comunque a sorgente aperto. Qui però vorrei rispondere a chi si preoccupa per la pericolosità del toner sfuso. Costoro hanno ragione e hanno torto. Mi spiego meglio.

    È vero che gli inalanti fini come il toner sono pericolosi per la salute, ma è anche vero che è la dose che fa il veleno. Ad esempio, chi lavora il cacao a livello professionale è ad alto rischio per certi tipi di cancro. Per questo motivo, allora, dobbiamo avere paura di fare una torta al cioccolato? Certamente no! Fare la torta una volta alla settimana maneggiando per mezz’ora una busta di cacao da un etto è ben diverso dal lavorare in un’industria dolciaria con cacao a quintali per otto ore al giorno.

    A stampare tantissimo, il toner si potrà ricaricare una volta la mese: a meno di fiutarlo apposta come fosse tabacco, direi che i rischi reali per la salute sono prossimi allo zero.

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