Divieto di pesca

Mantova, Circolo Canottieri, maggio 2013. Un cartello notato sulle rive del Lago Superiore. Un paradosso di comunicazione e un segnale debole della normativa all’italiana.

A passeggio con mia moglie e una coppia di cari amici, la nostra attenzione è stata attratta dal cartello che ho fotografato al volo e che mostro qui, come caso curioso ed emblematico di comunicazione paradossale, prescrizione inapplicabile, divieto permissivo o permesso vietante, a scelta.

Interpretando il cartello secondo buon senso, c’era una gara nel bacino in cui solitamente era permesso pescare, e quindi in prossimità della gara non si poteva pescare. Probabilmente i pescatori che abitualmente frequentano quel luogo e che sanno che ogni tanto lì si fanno gare, avranno trovato il messaggio perfettamente comprensibile. Ma tutti gli altri? Un pescatore venuto da fuori o capitato lì per caso? Un tedesco abituato a prendere sul serio permessi e divieti?

Ecco dunque una serie di considerazioni tecniche sulla comunicazione di questo “segnale debole” di un modo di comunicare burocratico, oscuro, generativo di cavilli e interpretazioni.

Quando si espone un cartello, si comunica solo fra simili e conoscitori della situazione, o anche per i diversi e gli ignari? Nel primo caso si dovrebbe aggiungere la postilla: “Se non sei un pescatore, non devi leggere il cartello che hai appena letto”. Ma si cadrebbe in un paradosso peggiore. Nel secondo caso il lettore o si fa una risata, o si chiede che cosa mai si saranno fumati in direzione.

Per essere efficace, un messaggio deve essere coerente con il comportamento a cui si riferisce. Ma per una gara di pesca in cui è vietato pescare, quale comportamento si deve assumere?

Divieti e permessi sono atti formali da riferire a sanzioni specifiche o comunque note (i trasgressori saranno puniti ai sensi della legge XY) o sono consigli di buon senso? Ma in questo caso, in base a quale buon senso diremmo che quando c’è una gara di pesca è vietato pescare?

Se fai la gara peschi, ma è vietato. Se è vietato perché c’è la gara, il divieto interdice l’azione necessaria a svolgere la gara. E’ sempre vietato pescare, tranne il giorno in cui si fa la gara? O è sempre permesso, tranne quel giorno?

E’ il classico messaggio all’italiana: qui non si pesca, ma chi può ci organizza perfino una gara, o chi appartiene alla casta dei gareggianti è autorizzato a pescare nonostante il divieto. Inoltre, poiché è vietato ma non “severamente vietato”, si tratta di un divieto leggero, solo un po’ tanto per gradire, quindi se trasgredisci e ti becco in qualche modo ci aggiustiamo.

L’ambiguità dell’enunciato lo rende interpretabile a piacere e dà potere a chi ha il potere di interpretarlo e di sanzionare. L’assenza di un controllore in loco e di una sanzione specifica invoglia alla trasgressione, che tuttavia potrebbe sempre essere punita se all’improvviso comparisse il controllore. Ma anche la punizione potrebbe essere impugnata e discussa: perché proprio a me? Perché proprio ora? Perché 100 euro? Per cui se ho trasgredito e mi hanno beccato, può succedere questo:

–      Sono un cittadino qualunque e non conosco nessuno. Zitto e pago.

–      Conosco il capo del controllore. Mi faccio raccomandare e non pago.

–      Conosco qualcuno della casta dei pescatori. Come sopra.

–      Ho tempo e soldi da spendere. Chiamo un buon avvocato, impugno tutto e vinco la causa, data la contraddittorietà e vaghezza della prescrizione.

Tutto questo per un innocente e insignificante divieto. Ma facciamo un piccolo gioco di immaginazione: in quanti casi, nel nostro bel paese, si presentano dinamiche simili, fino ad arrivare ai massimi livelli? (Il riferimento a vittime di Equitalia, leader politici e industriali, amici degli amici e nipoti degli zii è puramente intenzionale).

Come ci insegna Bateson, una comunicazione contraddittoria produce un corto circuito mentale, un paradosso che a lungo andare porta alla schizofrenia, nel tentativo di ricomporre gli elementi contraddittori e di dar loro un senso.

E mi pare che la società italiana sia sulla buona strada per diventare a tutti gli effetti una società schizofrenica.

Pubblicato da

Umberto Santucci

Sono un consulente e formatore di comunicazione, problem solving, project management, mappe mentali e altri strumenti di visualizzazione e controllo, creatività. Sembrano tante cose diverse ma sono aspetti della stessa competenza: definire correttamente e risolvere problemi.

5 pensieri riguardo “Divieto di pesca”

  1. Caro Umberto, chi lavora nel pubblico vive ancora di più il disagio della cultura ‘doppiopesista’ di questo Paese’, perché non solo non riesce a trovare a difesa della propria salute mentale coerenze tra norme diverse, applicazioni e comportamenti, che subisce inevitabilmente, ma anche perché si trova per giunta, suo malgrado, a dover illustrare e spiegare a cittadini come lei/lui questi paradossi frequenti, prendendo su di se’ la rabbia che naturalmente suscitano.
    Per questo sto ancora cercando una ‘via di salvezza’ e per questo appena vinto il concorso per lavorare in un ente mi sentii oppressa da questa logiche e scrissi a 35 anni una poesia dal titolo ‘la gabbia’ che iniziava così
    ‘Giornate di carta,
    Trasgressioni giustificate
    Giustificazioni trasgressive
    …’.
    Temo però che le resistenze che si trovano nel cambiare questa cultura siano talmente forti da far apparire un ‘Don Chiscotte capro espiatorio’ chi non si rassegna mai a subire passivamente. Sempre pronta a ragionarci insieme, ti ringrazio…;)

  2. Grazie Umberto per aver condiviso queste riflessioni.
    Come sempre attento e puntuale, hai “messo il dito nella piaga” delle difficoltà nel comunicare con cui tutti ci confrontiamo ogni giorno.In un mondo che esige chiarezza assistiamo allibiti al trionfo dell’ambiguità, a indicazioni che vogliono dire questo o quello ma anche no. E allora non ci resta che affidarci al buon senso, quando c’è, e rischiare di fare la cosa giusta al momento sbagliato o la cosa sbagliata al momento giusto. Magari ogni tanto ci capiterà di azzeccarne una.

  3. tempo fa presi una brutta multa da Alemanno perché in macchina da Via Nazionale avevo imboccato per Piazza Venezia attraversando un display con diecimila telecamere su cui era scritto: “Varco attivo”.
    Per me un varco attivo significa che puoi attraversarlo. I “varchi”, infatti, sono degli ingressi, delle porte di accesso che – nella mia ingenua immaginazione – sono attivi quanto sono aperti, mentre sono disattivi quando sono chiusi.

    Molto meglio sarebbe stato: “divieto di accesso. varco chiuso”.

    Ho il sospetto che l’ambiguità del messaggio fosse voluta, per abbindolare i logici-razionali come me.

  4. Caro Umberto nulla più mi meraviglia specie in comunicazione dove l’errore o la difficile comprensione di solito cela un imbroglio.
    Un abbraccio ed un caro saluto ate e tua moglie
    Tina

  5. Noi cittadini italiani siamo volutamente e costantemente tenuti in una posizione di errore, che permette a chi ha il potere di esercitarlo sia per accusare che per difendersi. Se hai un amico potente che ti difende sei al sicuro. Quindi siamo un paese governato perfettamente in modo mafioso, dove l’ambiguita’ rende possibile tutto e il contrario di tutto.
    Un abbraccio,
    Cicci

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