Il diritto al giocattolo per eterni bambini

Fino a che punto possiamo concederci uno o più gadget senza sentirci in colpa verso noi stessi e verso altri? Se non sappiamo scegliere fra due soluzioni, in quali casi è meglio prendere ambedue?

Reader o tavoletta?

Ho avuto un simpatico scambio di opinioni con Ennio Martignago, che nel suo blog ha postato una interessante ed utilissima guida all’acquisto di un dispositivo per leggere ebook, affrontando il dilemma: ebook reader con tecnologia xerox o tavoletta Ipad e simili con tecnologia lcd?
Il reader è meno attraente e versatile, ma non stanca la vista con letture prolungate. Il pad è più divertente e spettacolare, ma alla lunga la luce radiante affatica gli occhi. Per contro il pad si può usare al buio, il reader no.
Ennio arriva alla conclusione che servano tutti e due, proprio perché hanno finalità e usi diversi, e dice che l’orientamento per il knowledge work & fun è di avere un potente pc da tavolo con uno o due grandi monitor, mandare in soffitta il notebook e usare vari apparecchi mobili, dallo smartphone a tavolette, reader, navigatori gsm, e così via. Nella sede fissa una grande macchina multifunzione, da portare in giro piccole macchine specializzate.
Però Ennio si domanda: quanti gadget mi sono concessi per non sentirmi troppo consumista? Il desiderio per i giocattoli e la voglia di possederli mi spingono ad averne tanti, ma poiché sono un bravo bambino bene educato e giudizioso, so che mi posso permettere un solo giocattolo, ma non so quale scegliere.
Ma chi mi dice che devo essere un bravo bambino? Chi mi dice che per sentirmi in pace con la coscienza devo accontentarmi di una sola cosa, anche se altre assolverebbero meglio ai vari compiti?
Anche se sono ben consapevole di quanto i miei gusti e i miei desideri siano condizionati da strategie di comunicazione persuasiva, di cui io stesso sono artefice, in tutta la mia vita mi sono trovato davanti a tecnologie e apparecchi che all’inizio sembravano attraenti ma al di là delle mie esigenze, adatti semmai a grandi aziende. Però, quando gli apparecchi sono diventati più piccoli e meno costosi, a un certo punto mi sono deciso ad acquistarli, e ora non saprei più farne a meno.
E’ accaduto con la segreteria telefonica, il fax, il personal computer, il telefono cellulare, internet, il navigatore satellitare, la tavoletta grafica, la stampante multifunzione. Me ne accorgo quando una di queste cose si guasta e non riesco più ad operare senza.

Il diritto al giocattolo

Quando vediamo qualcosa che ci attrae e ci piacerebbe avere, o ci rinunciamo e ci portiamo dentro un po’ di rimpianto, oppure cerchiamo di giustificare a noi stessi e agli altri quel desiderio e quell’acquisto, elencando le varie utilità di quell’oggetto di desiderio, i piccoli o grandi problemi che mi potrà risolvere.
Pensiamo che perfino i primi alpinisti, consci dell’estrema inutilità di andare in cima ad una montagna per poi discenderne, mascheravano il loro gioco con finalità scientifiche, e portavano con sé strumenti per misurare altitudini, pressioni atmosferiche, comportamenti fisiologici.
Se da una parte le persone concrete, sensate, con i piedi per terra, pensano solo a cose utili a sé e agli altri, dall’altra parte molte cose si fanno solo per giocare, per godere il momento senza nessuna finalità. Però, come già ci insegnava Thomas Mann, se si pensa solo a cose utili la vita diventa inutile. E se il lavoro è legato all’utilità, spesso spiacevole, il divertimento è piuttosto legato all’inutile, spesso piacevole.
Con le nuove tecnologie che permettono di lavorare ovunque, di mischiare lavoro e gioco, purché si aggiunga valore a ciò che si tira fuori, la catena lavoro>utile>noioso si mischia sempre più con la catena gioco>inutile>divertente, in una nuova catena che caratterizza molto del lavoro di oggi: lavoro>gioco>utile>inutile>noioso>divertente.
E allora allo strumento grigio e severo come la macchina da scrivere o il computer IBM del secolo scorso, si sostituiscono sempre più gadget colorati, allegri, con cui si lavora, ci si diverte, si comunica col mondo.
Se l’acquisto di una macchina da scrivere non si discuteva troppo, l’acquisto di uno smartphone può essere considerato come il concedersi un costoso giocattolo.

L’eterno bambino

L’adulto che resta bambino in senso negativo è la persona che non cresce, che ha bisogno della mamma, che evita responsabilità.
L’adulto che resta un po’ bambino in senso positivo è il bambino felice dell’analisi transazionale, il fanciullino pascoliano, il bimbo di Lao Tsu
leggero, fragile e flessibile contro la rigidità della vecchiaia, il creativo sempre capace di stupirsi e di vedere le cose con occhi nuovi, come la prima volta che si vide il mare.
Il gioco è l’attività tipica del bambino, a cui serve per simulare scenari, situazioni, personaggi, sfide che lo aiutano a crescere.
L’adulto che ha da tempo abbandonato il gioco per dedicarsi al lavoro, e cioè a qualcosa di serio, che serve a dargli i mezzi di sostentamento e a far arricchire altri, riesce a ritrovare la sua fanciullaggine proprio quando torna a giocare, dalla partita di calcetto con gli amici allo scherzo e al pettegolezzo presso la macchinetta del caffè.

Lavoro/gioco

Le nuove tecnologie e i nuovi scenari web 2.0 vanno oltre la separazione fra lavoro e gioco. Lo stesso posto e orario di lavoro perdono di senso di fronte ad attività di pensiero e di conoscenza che possono esser fatte ovunque, a qualsiasi ora, al mare o in cantina. Quello che conta è ciò che viene fuori, l’idea che genera valore. Il ragazzetto che smanetta al computer gioca o lavora? Grandi idee come Google o Facebook, il mouse o il wiki, sono nate giocando o lavorando?
Per chi svolge un lavoro creativo, di produzione ed elaborazione di conoscenze, è fondamentale la capacità di giocherellare, simulare, immaginare, imitare, fantasticare. Lavorare dalle 9 alle 17 serve solo ad applicare soluzioni proposte da altri. Definire e risolvere problemi è qualcosa che si può fare ovunque e in qualsiasi momento, anche dormendo o facendo la doccia (Beethoven inventava le sue melodie nella vasca da bagno).

La gara

Giocare significa anche sfidare se stessi o altri, confrontarsi, fare meglio, vincere, conquistare. Il lavoro ripetitivo inteso come applicazione di procedure prestabilite non implica sfida e miglioramento, ma solo la corretta applicazione delle procedure.
Il giocatore rispetta le regole del gioco – senza regole non c’è gioco – ma non le procedure. Anzi, spesso proprio il sovvertimento di procedure porta a realizzare l’azione imprevedibile, il punto vincente.

Il premio

La gara, la sfida, la vittoria implicano un premio. Un premio ufficiale come una medaglia o una somma di denaro, o personale e immateriale come la contentezza di sé.
E allora se la capacità di operare in modo brillante è capacità di conservare le qualità del bambino felice, il bambino non va frustrato con rinunce, punizioni, promesse lontane e minacce vicine, va premiato con una carezza, un bacio, un sorriso, un dono.
E poiché troppo spesso noi siamo implacabili giudici di noi stessi, e ci condanniamo anche quando altri sarebbero pronti ad assolverci, impariamo a premiarci da soli.
E allegramente compriamoci un e-book reader per la nostra biblioteca virtuale, un pad per vedere foto, film, ascoltare musica, giocare a mah yong, uno smartphone per comunicare con persone e reti sociali.

Pubblicato da

Umberto Santucci

Sono un consulente e formatore di comunicazione, problem solving, project management, mappe mentali e altri strumenti di visualizzazione e controllo, creatività. Sembrano tante cose diverse ma sono aspetti della stessa competenza: definire correttamente e risolvere problemi.

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