Il nostro giardino selvaggio

fiore di aquilegia
Aquilegia

Problema: nella nuova casa parigina abbiamo un terreno di 300 mq da trasformare in giardino. Quale modello scegliere? Giardino all’italiana, all’inglese o selvaggio/ecologico?

Progetto: come pianificare i lavori in base alle stagioni, come disporre le colture in base all’esposizione al sole e ai venti? Si può chiedere alla natura di accelerare i suoi ritmi o siamo noi a doverci adattare?

Castello di Champs
Castello di Champs

Il giardino formale, o all’italiana, consiste nel costringere le piante a crescere secondo un disegno architettonico prestabilito e godibile dall’alto. Piante, fiori, viali devono assumere le forme che servono al disegno generale, e devono diventare tondi o quadrati o tutti rossi o tutti gialli, o rappresentare volute e simmetrie. La natura è piegata all’arte, per realizzare il verso di Giambattista Marino: “E’ del poeta il fin la meraviglia, chi non sa far stupir, vada alla striglia!”.

Nel giardino all’inglese la cultura simula la natura, ricomponendo prati, cespugli, alberi in modo che sembrino spontanei, anche se sono molto curati. In opposizione al barocco o neoclassico giardino all’italiana, si inspira alla sregolatezza del romanticismo.

Il giardino selvaggio o naturale o ecologico ricostituisce la vegetazione naturale con piante del luogo, orto e concimazione con compost. Vuole recuperare un ecosistema come oasi di biodiversità botanica e animale di fronte alle monoculture e agli esotismi dei parchi urbani, è a bassa manutenzione e si basa sui cicli dinamici del sistema ambientale e stagionale.

Mia figlia Silvia ha tenuto corsi di gastronomia naturale presso i Jardins Passagers de La Villette di Parigi,  e si è incontrata così con la filosofia del jardin sauvage, per cui si è rivolta al direttore Nicolas Boehm per affidargli il progetto del nostro giardino. Nicolas è un evangelista del giardino selvaggio, e con entusiasmo si è dedicato al nostro giardino, utilizzandolo per fare a tutta la nostra famiglia un corso di 5 settimane con cui abbiamo ottenuto il giardino fatto e una base teorica e pratica sul giardinaggio ecologico, dai fiori agli ortaggi e al compostaggio.

Mi piace parlare di questa esperienza, perché allestire un giardino è al tempo stesso problem solving e project management. Il problem solving ci porta a definire il problema del giardino urbano e casalingo oggi, e il tipo di modello progettuale: un progetto rigido ad output certo e avulso dalla realtà come le aiuole di un giardino formale, come si farebbe per un progetto urbanistico tradizionale, o partire dalla realtà ambientale e svilupparla con interventi minimi e risultati flessibili, come vorrebbe un progetto software agile e più adatto alla complessità degli ecosistemi?

Noi abbiamo scelto questo secondo modello, che si contrappone alla tradizione dei giardini urbani stereotipati e fatti di poche piante di moda tutte uguali e ricorrenti, per ispirarci piuttosto a boschi e praterie circostanti, osservando piante che vi sono cresciute liberamente.

Casa di Gilles Clement
Casa di Gilles Clement

Un personaggio di riferimento è Gilles Clément, l’autore del “giardino planetario, di resistenza, in movimento”. Il giardino  planetario rispetta le limitazioni e la delicatezza del nostro piccolo pianeta, nel giardino di resistenza la biodiversità e i cicli naturali resistono alle monocolture e alla chimica dell’agricoltura intensiva industriale. Il giardino in movimento è uno spazio recintato in cui la natura non è assoggettata e soffocata dalle briglie di un progetto, di uno schema preconfezionato, e dove spesso è più prezioso sapere cosa non fare piuttosto che intervenire e aggredire. Osservando come si muove il giardino si apprende l’arte di agevolare, favorire, incoraggiare il gioco delle trasformazioni che ne sconvolge costantemente il disegno originario. Il giardiniere è un «guardiano dell’imprevedibile» che si nutre delle immancabili dosi di sorpresa che la natura riserva quando si esprime finalmente nella sua pienezza. E per noi anche l’apparire di un nuovo fiorellino è una bella sorpresa!

giardino tranchard
giardino tranchard

Un altro personaggio chiave è Olivier Tranchard, che ci ha fornito sementi e piantine. 25 anni fa ha preso un terreno in Normandia e lo ha trasformato in un meraviglioso giardino, antologia e manuale vivente del jardin sauvage.

Orto a terrazzi
Orto a terrazzi

Il nostro giardino, dopo i lavori di ampliamento della casa, era ridotto ad un pezzo di terra incolto, con un secolare albero di tasso, un lilla bianco, un fico e qualche arbusto, una voragine e un grande mucchio di terra. L’idea del nostro consulente è stata di terrazzare la voragine per destinarla ad orto recintandola con le pietre avanzate dai lavori, spianare il cumulo, piantare alberi e arbusti da frutta lungo i muri di cinta, piante aromatiche nel punto più assolato, due casse per ortaggi. Nicholas ha disegnato una mappa calcolando l’ingombro che le piante avranno nella loro maturità, e noi abbiamo piantato tutto seguendo la mappa ma concedendoci qualche trasgressione derivante dalle suggestioni di Botanic, il meraviglioso grande magazzino di giardinaggio bio la cui visita ora è diventata un nostro rituale del sabato mattina.

In conclusione, il giardino è un progetto di crescita che si sovrappone ad un progetto di costruzione. La costruzione riguarda la lavorazione di base del terreno e la sistemazione delle sorgenti d’acqua e del pozzo per l’irrigazione, la crescita riguarda tutte le piante, di cui va previsto il più possibile come saranno, senza farsi fuorviare da come sono. Il giardino abitua a pensare in termini di futuro, a immaginarne l’aspetto con la fantasia, ma anche a saper attendere i tempi della natura, che non conosce il concetto di “urgente”.

Tarassaco
Tarassaco

L’insegnamento finale, come metafora di ascolto e comprensione del diverso, di accoglimento, di armonia naturale, è che nel giardino selvaggio non esistono le erbacce né le specie invasive, che invece sono chiamate “piante generose”. Nel nostro giardino una di queste piante è il tarassaco che con i semi piumati si sparge ovunque, ma va fatto convivere con rose, fucsie, ortensie e tutto il resto.

 

Pubblicato da

Umberto Santucci

Sono un consulente e formatore di comunicazione, problem solving, project management, mappe mentali e altri strumenti di visualizzazione e controllo, creatività. Sembrano tante cose diverse ma sono aspetti della stessa competenza: definire correttamente e risolvere problemi.

9 pensieri riguardo “Il nostro giardino selvaggio”

  1. Ciao Umberto
    Che piacere leggere il tuo articolo che menziona personaggi e fatti della mia quotidianità. Forse nn ti ricordi di me. Sono passati più di 11 anni da quando sono venuta a vivere a Londra. Facevamo Tai Chi insieme.
    Da biologa e dopo aver lavorato per diversi anni come tale in varie istituzioni britanniche ho mollato tutto e deciso di seguire la strada dei giardini.
    Adesso li progetto, costruisco e mantengo e ho trovato la pace dei miei sensi!!!
    Il mio approccio è una via di mezzo tra il giardino all’inglese e quello ecologico anche perché ogni tanto nel caos mi piace vedere un po’ di ordine e formalità.
    Un saluto affettuoso e se mai veniste da queste parti venitemi a trovare
    Alessandra

  2. Ciao Umberto, Gianfranca e Silvia, piacevole boccata d’aria fresca, il servizio sul vostro giardino: non poteva essere diversamente, venendo da voi.
    Mi ha fatto sentire meno in colpa per la continua, schiacciante vittoria delle “piante generose”, rispetto alle altre, nel mio minuscolo giardinetto sulla Cassia.
    Mi è venuta spontanea un’analogia con il free jazz.
    Tutto torna, prima o poi.
    Un abbraccio circolare.
    Enrico e Margherita

    1. Come vedi, il mio cambiamento si sviluppa in modi impensati. In Abruzzo avevo un grande giardino, ma non mi ero mai dedicato al giardinaggio, che ora è la mia nuova passione. Purché però sia “selvaggio”. Per me, più che col free, va bene col bop, che resta il mio imprinting musicale, perché anche il giardino selvaggio ha i suoi schemi armonici e le sue quadrature, per esempio ora siamo impegnati nel compost.

  3. Lunedì scorso passeggiavo nel Parco degli Acquedotti godendo alla vista dei prati in fiore. Non si può dire che la vegetazione del Parco sia del tutto spontanea; piuttosto che la natura abbia ripreso il suo spazio tra quanto l’uomo ha ‘forzato’. Per i miei gusti, nulla eguaglia la varietà e la sorprese che ci riserva un prato ‘selvaggio’. Quanto alla metafora, credo che sia appropriata: si tratta di problem solving e project management insieme; forse uno Scrum, opportunamente adattato, potrebbe rispondere all’una e all’altra esigenza. Ma lascio a te, che sei l’esperto, l’ultima parola.
    Un abbraccio a te, a Gianfranca e alla famiglia tutta.

    1. Dobbiamo re-imparare a convivere con la natura, non ad andare contro di essa. E’ come dare un buon briefing ad un collaboratore: gli spieghi che cosa vuoi, lo metti in condizione di fare, e poi lo lasci fare a modo suo. Lo scrum è un modo, la differenza è che nello scrum vedi il risultato solo a ciclo finito, con la natura vedi tutto man mano, con microcambiamenti spesso non percepibili, ma che dopo un po’ fanno la differenza fra un seme o una talea, e una pianta con fiori e frutti.

  4. UNA FONTANA DI CRESCIONE. Che dire, sono estasiato: ora venite tutti a Canossa…:-) Ora tutti “naturisti”! Trent’anni fa mi sfottevate tutti. Famoso l’episodio al ristorante della Rosetta di Perugia durante Umbria Jazz: a tavola ero messo in mezzo da tutti i critici jazz italiani perché difendevo i vegetariani. Ma proprio in quel momento, si affaccia a una finestra soprastante Dizzy Gillespie, tra l’altro a torso nudo. Tutti a indicargli con scherno il sottoscritto, sicuri che il grande trombettista del be-bop fosse non solo grande bevitore di superalcolici ma anche divoratore di bistecche, ça va sans dire. E invece lui: lasciandoli di sasso: «No, you’re stupid, he’s right», ha ragione lui. Che era successo? Che il volubile Dizzy, sovrappeso e con problemi di salute, si era messo all’improvviso a praticare il vegetarismo! Mi pare che dell’allegra combriccola – bei tempi – ci fosse pure l’amico Enrico Cogno, che sicuramente ci legge e che saluto. Ora, che due “ipertecnologi modernisti” (e dai, sto scherzando) come te e l’amico Enrico siate diventati ammiratori del naturale e teneri come mammolette, mi commuove…:-) E come antesignano teorico della filosofia di vita naturale prendo atto che ormai certi valori si sono molto diffusi e fanno parte della nostra cultura attuale. Come il jazz vincente degli anni 30 e 40 sono diventati swing mainstream. E visto che tutti e tre veniamo anche dal jazz, direi che il tuo orto selvaggio improvvisativo, caro Umberto, non può che essere insieme swing (la grande orchestra delle piante nell’apparentemente disordinato, in realtà equilibratissimo ambiente dell’orto naturale) e be-bop (con qualche pianta eccentrica dal solismo e dagli accordi un po’ pazzi, ma non più di tanto).
    Ma sono anche una persona pratica e ti chiedo: sei in grado di creare aiutandoti col pozzo, col rubinetto o altra fonte confinante un rivolo, anche piccolo, di acqua pura e fresca non clorata? In tal caso potresti creare un ruscelletto di acqua lentissima (è importante che sia quasi stagnante ma pulitissima) che in certi punti dovrebbe allargarsi a formare piccoli “laghetti”, sempre di acqua debolmente corrente, dove attecchisce facilmente la più squisita, saporita e costosa verdura esistente: il crescione d’acqua o nasturzio (“l’or verte” dicono nell’Ile de France, dove i coltivatori si arricchiscono: http://www.leparisien.fr/mereville-91660/mereville-a-fait-de-son-cresson-l-or-vert-de-l-ile-de-france-05-04-2016-5688891.php). Stupenda nelle insalate miste e come contorno (anche se i Francesi arrivano a cuocerla in una caratteristica “soupe de cresson” in cui però il crescione perde ogni proprietà. Pianta piccantina che gli amanti si regalavano nel Medioevo come mazzolini di fiori, è ricchissima di quegli indolo-glucosinolati presenti in cavoli e broccoli, che però la perdono con la cottura. Il crescione invece si mangia crudo, e ne bastano 50 g. quindi risolve il problema di come assumere ‘sti benedetti “glucosinolati del cavolo” (sic).
    Nel salutarti, ti auguro un bellissimo giardino naturale, e magari pure… une “rivière” où bien fontaine piena di saporito e gratuito (con quello che costa… a trovarlo!) cresson!

    1. Grazie Nico per questo bellissimo contributo. Trovo calzante la metafora fra il jardin sauvage e il bebop. Per quanto riguarda invece la mia adesione a comportamenti ecocompatibili, ho sempre ammirato le tue posizioni naturiste e alimentari, quindi non ero certo fra quelli che ti dileggiavano. Ho sempre mangiato di tutto, perché sono un laico non ortodosso, però ho sempre avuto a cuore l’ambiente: nel 1965 ho pubblicato un saggio sul paesaggio in Italia centromeridionale in cui mettevo in allarme su quanto poi sarebbe accaduto andando oltre le mie più fosche previsioni. Nel giardino abbiamo tre sorgenti he usiamo per l’irrigazione. In futuro pensiamo di fare qualcosa di umido, in cui pianteremo il crescione.

  5. Si può chiedere alla natura di accelerare i suoi ritmi o siamo noi a doverci adattare?

    Egregio Santucci,
    Ettore Sottsass racconta, nella sua biografia scritta di notte, che, quand’era ancora studente, la signora che dava una mano in casa, un mattino era arrivata molto irritata con suo marito. Aveva raccontato che, appena svegli, suo marito aveva avuto una buona idea che l’aveva coinvolta. Mentre lui era intento ad operare, lei gli aveva chiesto cosa avrebbe preferito per cena. Ma come –aveva esclamato lui– io sono qui che ci dò dentro e tu mi chiedi cosa voglio mangiare? Così avevano litigato. Il commento finale della donna, a chiusura del racconto, era stato: “Chissà cosa si credeva di fare?”. Sottsass cita questo episodio per dire che anche lui si era impegnato tutta la vita a testa bassa nel lavoro, in ogni progetto… e che, a conclusione, anche lui chissà cosa si credeva di fare. Il racconto, simpatico anche per i risvolti della vita di coppia, mi ha portato alle stesse conclusioni, e chissà cosa, nel mio piccolo, nel mio lavoro mi sono creduto di fare. (E, mentre ci davo dentro, nessuno che mi abbia chiesto cosa preferissi per cena!)
    Le persone a cui hai insegnato a capire i problemi e hai fornito gli strumenti per risolverli, e con loro la gran parte delle persone che conosco o ho conosciuto, sono come quegli sportivi da palestra che corrono sino allo stremo sui tapis roulant, immobili. La parola progresso è scomparsa da tempo e, privi di ogni prospettiva viviamo immobili in un tempo piatto, sempre più accelerato e privo di senso. Ora ti domandi: Si può chiedere alla natura di accelerare i suoi ritmi o siamo noi a doverci adattare?
    Nel nostro tempo sono solo gli emarginati ad avere tempo da perdere, ad avere la possibilità di adattarsi i ritmi naturali, a permettersi, contro ogni logica produttiva ed efficentista, di curare un giardino che non si pieghi totalmente alla volontà del padrone. E utilizzo volutamente questo termine desueto.
    Mediamente utilizziamo tre mesi l’anno per l’acquisto e il mantenimento di un’autovettura. Da molto tempo mi sono chiesto se non era il caso di non avere l’auto e utilizzare quei te mesi per uscire di casa e andarci a piedi –ad esempio– alle Cinque Terre, piuttosto che nell’infernale ponte pasquale. Non l’ho fatto perché ho la scusa di non essere mai stato abbastanza marginale (o benestante, ricco di mio, senza “bisogno” di lavorare) per farlo davvero. Però la coscienza di essermi perso molto, di non aver visto quanto c’è lungo l’intero percorso e resta per me sconosciuto, è sempre presente, e so di aver sbagliato.
    Mi fa dunque piacere che una persona che ha avuto sì un’attività professionale perfettamente integrata e ricca di successi ma, al contempo, profondamente critica, trovi ora, in età matura, lo spazio di riscatto per un nuovo, diverso insegnamento circa la disposizione della vegetazione :-).
    Conosco diversi luoghi alpini dove poter raccogliere crescione spontaneo, se nel tuo giardino non dovesse crescere rigoglioso. Un cordiale saluto.

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