Luglio-Agosto 1974
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Il jazz è un "puro" o un "bastardo"? E' un vecchio di ottant'anni o un bambino di meno di un secolo? E' musica popolare o snob? Quanti dischi occorrono per avere una buona discoteca? In sedici pagine di testi e fotografie, Stereoplay propone alcune indicazioni, attraverso l'analisi del rapporto tra il jazz e i dischi, alcune definizioni delle caratteristiche principali del jazz, una galleria foto-discografica dei protagonisti, un discorsino sul jazz fuori d'America, uno sguardo al futuro, alcune ipotesi per una discoteca jazzistica. |
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Il jazz nasce e si sviluppa insieme con la fonografia, ossia con la possibilità di riprodurre la musica e diffonderla in numero illimitato di copie identiche. L'incisione delle oscillazioni del suono su una matrice, da usare come cliché per la produzione di copie, costituisce alla fine del secolo scorso un fatto nuovo, perché finora la musica poteva essere trasmessa o per tradizione diretta ("a orecchio") o trascrivendola su carta con l'uso di un codice. I limiti della trasmissione " a orecchio " consistono nella difficoltà di spiegare o di imparare parti complesse e lunghe (mentre è abbastanza facile imparare "a orecchio " una canzone di 32 battute, è piuttosto improbabile nel caso che si tratti della " Nona Sinfonia " di Beethoven) e nella impossibilità di comunicazione fra epoche diverse (dal momento in cui un musicista muore, non può più insegnarmi come va suonata la sua composizione, e devo accontentarmi dell'insegnamento di persone che a loro volta hanno imparato dall'autore). I limiti della trasmissione musicale scritta consistono principalmente nel fatto che un codice di notazione musicale appartiene ad una certa cultura, ed è adatto a trascrivere la musica di quella cultura, ma si presta male a trascrivere la musica di altre culture; inoltre, se è possibile trascrivere situazioni musicali molto complesse e sfumature raffinate, non è possibile trascrivere certe particolarità tipiche di un interprete, non si può fissare l'estemporaneità della musica improvvisata. Tutta la musica improvvisata dei tempi passati per noi è perduta: le improvvisazioni degli organisti, gli sviluppi dei " bassi numerati ", le cadenze in fine di concerto, le improvvisazioni di insieme; di tutto ciò non resta altro che il ricordo di qualche elaborazione scritta, di cui uno degli esempi più celebri è l'" Offerta Musicale " di Bach. Con la fonografia invece si fissa, si conserva e si diffonde la musica nel suo stesso accadere sonoro, e l'improvvisazione, invece di restare un " ad libitum " con cui si riempie qualche battuta di una partitura, può essere conservata, studiata, imitata, e finisce col costituire un modello stilistico. Se al tempo della " Commedia dell'arte " fosse esistito il videotape, noi avremmo le improvvisazioni di quegli attori, e probabilmente quella tradizione non si sarebbe estinta. Finora si è data dignità di valore culturale soltanto a ciò che poteva essere trascritto, a ciò che poteva diventare un libro. La fotografia e la fonografia hanno inserito nella tradizionale documentazione letteraria una nuova possibilità di documentazione audiovisiva che ha profondamente condizionato la cultura del nostro secolo. II jazz è una conseguenza di ciò. Nei primi del '900 Jack " Papa " Laine, Jelly Roll Morton, Kid Ory e King Oliver suonano a Storyville, il quartiere dei bordelli di New Orleans, ma nel 1917 l'Original Dixieland Jazz Band incide i primi dischi della storia del jazz, mentre un anno più tardi Louis Armstrong suona ancora con Fate Marable sui battelli del Mississippi. Fino a quando non interviene la registrazione discografica, il jazz resta un fenomeno di puro folklore, e le stesse valutazioni musicali di quei primi musicisti restano avvolte nella leggenda (" Buddy Bolden suonava tanto forte che si sentiva in tutta la città di New Orleans ", il che è assolutamente in-verosimile). Con i primi dischi il jazz dal costume dei creoli e dei negri entra a far parte del costume americano, e poiché tutto il resto del mondo comincia a guardare alla " American Way of life ", il jazz prima o poi si diffonde ben oltre l'America, insieme con la Coca-Cola, il chewing-gum, i grattacieli, i blue-jeans. Ai musicisti è possibile, ascoltando i dischi, imitare lo stile degli improvvisatori più bravi e delle orchestre più famose, tanto che alcuni vecchi pionieri di New Orleans si rifiutano di incidere dischi proprio per non farsi copiare lo stile dagli altri. La possibilità di tirar giù dal disco composizioni e combinazioni strumentali ancora inedite e particolarità dell'improvvisazione melodica, della sonorità strumentale e della concezione ritmica di un maestro, fa sì che il disco non è più solo un passatempo, una curiosità offerta dal progresso tecnico, ma diventa una fonte, un libro di testo, anzi l' unico testo possibile, da studiare a distanza di tempo e di luoghi. II jazz cresce, si sviluppa e si diffonde attraverso i dischi, perché in genere i primi approcci avvengono attraverso l'ascolto di un disco, magari alla radio. I primi dischi di jazz lo distinguono dalle canzoni, che si prestano con più facilità ad un consumo rapido e ad un ascolto superficiale, perché sono sempre uguali, mentre il jazz suona la stessa canzone ma ogni volta la cambia nelle parti da improvvisare. Appare la differenza fra le orchestre da ballo che suonano " straight " ("piatto, dritto "), cioè eseguono la canzone così come l'ha scritta il suo autore, e le orchestre che suonano " hot " (" bollente "), e cioè cambiano la melodia e il ritmo della canzone adattandola al temperamento dei loro musicisti. Se per imparare a suonare la canzone " straight " basta comprare la partitura e leggersela, per suonare " hot " bisogna comprare il disco. Naturalmente il business musicale si rende subito conto di questo fatto e si accorge che se una musica folkloristica resta legata al proprio luogo e al proprio ambiente sociale, il jazz riesce attraente sia al sud che al nord, sia sulla costa occidentale che su quella orientale. Così il jazzista si trasforma da musicista popolare di importanza locale a divo della spettacolo, a stilista insostituibile. Le case produttrici di dischi tuttavia si pongono con una certa cautela di fronte al fenomeno del jazz. Al mercato americano vengono proposti dapprima dischi di complessi bianchi, e vengono create etichette destinate agli acquirenti negri, e denominate " race records "; i grandi artisti neri del blues e del New Orleans potranno incidere solo per queste etichette. Si verifica perciò la situazione paradossale di un jazz fatto da bianchi e venduto ai bianchi, e di un jazz fatto da neri, comprato dai discografici bianchi e da questi rivenduto ai neri. Soltanto più tardi i discografici si accorgeranno che anche i bianchi apprezzano la musica di Armstrong e compagni, e la discriminazione cesserà. Negli anni '30 il jazz esplode con la moda delle grosse orchestre da ballo, dove musicisti bianchi e neri suonano insieme. Il jazz conosce veri e propri successi commerciali. Ma finora il disco condiziona la musica, che resta legata a brevi composizioni basate sulla forma delle canzoni o del blues, per non superare i 3 minuti di una facciata di disco a 78 giri. Durante la seconda guerra mondiale molti jazzisti vengono inviati a tenere concerti per le truppe americane in zona di operazioni, e portano con sé i V-Disc, prodotti proprio per i militari. I V-Disc, sempre a 78 giri, avevano un diametro di 30 cm. contro i 25 cm. del normale 78 giri, e lasciavano un po' più di spazio ai solisti. Questi dischi sono stati importantissimi per la diffusione del jazz in tutto il mondo, perché erano in certo senso dei simboli di quel benessere americano che faceva tanta impressione ai popoli provati dalle privazioni di una guerra senza precedenti. Tuttavia era sempre abbastanza difficile trovare buoni dischi di jazz, perché gli appassionati di questo genere di musica erano sempre una minoranza rispetto alla stragrande maggioranza di consumatori di musica leggera. Nacquero così i primi collezionisti, che diedero al disco di jazz il valore che meritava. Le case discografiche consideravano ancora il disco di jazz alla stregua di un qualsiasi disco commerciale, e non lo corredavano di dati, notizie, riferimenti cronologici, per timore che la gente, vedendo una data, considerasse il disco "vecchio" e passato di moda. Alcuni intellettuali europei e americani si resero conto che il disco era l'unico documento di eventi irripetibili quali le musiche improvvisate, e sulla base delle loro raccolte di dischi cominciarono a fare opera di sistemazione, individuando date, stili, caposcuola e imitatori. Nacque così la critica jazzistica, e le case discografiche presero l'abitudine di emettere edizioni più accurate e documentate. I critici e i musicisti più attenti erano anche quelli che riuscivano a procurarsi dischi più rari o più nuovi. Intorno a loro sorsero i club di jazz, pittoresche conventicole dove il critico teneva conferenze e audizioni di dischi, e i musicisti locali si sfogavano in lunghe e accalorate jam-session (la jam-session e una seduta in cui musicisti diversi suonano senza avere nulla di preordinato, mettendosi d'accordo sul momento su quanto e come vogliono suonare). Gli anni '50 vedono la diffusione del microsolco, e il jazz ne approfitta per affrontare composizioni di più ampio respiro, o per fissare sul disco le lunghe improvvisazioni che i solisti usano fare quando suonano dal vivo. Norman Granz, uno dei più famosi impresari jazzistici, è il primo ad usare la registrazione dal vivo, trasferendo sul disco alcuni dei fortunati concerti del suo "Jazz at the Philarmonic", una vetrina che esibiva le maggiori stelle del periodo. La registrazione dal vivo è una innovazione molto importante per il jazz, perché il musicista di jazz dà il meglio di se quando si trova in una atmosfera giusta, con lo stimolo di un pubblico di intenditori, e finora l'ambiente asettico e sterilizzato dello studio di incisione, col tecnico in camice bianco e con l'ovattato silenzio delle pareti fonoassorbenti, lo aveva messo un po' in imbarazzo; tanto che anche di fronte alle incisioni più belle dei grandi stilisti del jazz, gli stessi autori o i loro colleghi ammettevano con un certo rammarico che lo stesso pezzo veniva molto più bello quando era suonato in concerto o in locale. La registrazione dal vivo ha creato un rapporto più pieno fra il jazz e il disco, perché è riuscito a documentare il magico accadere dell'esibizione jazzistica, con gli applausi del pubblico a sottolineare i momenti più belli, con quel clima fumoso e alcolico dei luoghi del jazz. II microsolco inoltre, a differenza del 78 giri, è custodito in un album su cui è possibile pubblicare fotografie e testi. Ecco quindi che al valore sonoro del disco viene ad aggiungersi un valore letterario, e i critici stessi vengono impiegati dalle case discografiche per redigere note di copertina spesso ricche di notizie biografiche e informazioni sulla registrazione. Intanto si evolvono gli impianti di riproduzione del suono, e insieme col microsolco nasce e cresce l'alta fedeltà. I jazzofili sono fra i primi a sentire l'esigenza di un buon ascolto, e sono fra i primi a munirsi di impianti hi-fi. Le nuove esigenze di ascolto influiscono a loro volta sulla sonorità del jazz, che non è più soltanto quella suonata dal musicista, ma è anche quella fatta dal tecnico di registrazione. Il jazz inoltre non si serve del disco solo per fissare in qualche modo I'irripetibilità della improvvisazione, ma crea opere fatte esclusivamente in funzione del disco. Per primo Les Paul, ancora negli anni '40, si servì delle sovraincisioni e creò alcuni dischi in cui si ascoltavano innumerevoli chitarre suonate solo da lui. Oggi la sovraincisione è di uso comune nella registrazione di qualsiasi genere di musica. Abbiamo visto dunque come i destini del jazz siano stati strettamente legati a quelli del disco. Ma qual è la situazione attuale? Oggi, rispetto a ieri, assistiamo ad un totale capovolgimento del rapporto jazz-disco-consumatore. Mentre prima l'incontro fra il jazz e il consumatore avveniva con una certa difficoltà, perché i dischi erano rari e le novità poche, oggi abbiamo a disposizione troppi dischi. Mentre prima il buon appassionato conosceva quasi a memoria tutti i dischi più importanti, oggi è praticamente impossibile tenere dietro alla produzione e alla distribuzione di dischi. Tenendo conto che l'ascolto di un microsolco richiede almeno mezz'ora, neanche se ci mettessimo ad ascoltare dischi ininterrottamente dalla mattina alla sera riusciremmo a smaltire tutti i dischi che ci offre un negozio ben fornito. Oggi poi gli artisti più in voga incidono più di quanto la loro inventiva non riesca a rinnovarli: album doppi e tripli, registrazioni di concerti, in cui viene ripetuto con poche varianti quanto era stato già detto. Inoltre ci sono le registrazioni di vecchie matrici di dischi ormai introvabili, che vengono raccolte in succose o raffazzonate antologie, le dispense con disco vendute in edicola, le cassette. Se il vecchio appassionato di jazz entrando in un negozio si trova smarrito di fronte alla quantità di cose che dovrebbe ascoltare, figuriamoci come si sente colui che vuole cominciare ad occuparsi di jazz! Proprio oggi perciò può essere utile cercare di fornire qualche schema orientativo che possa essere di qualche utilità a chi vuole farsi una discoteca jazzistica. |
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Il jazz è un gergo, un dialetto diffuso a livello internazionale. Questa è la sua prima contraddizione, da cui derivano tutte le altre. Il jazz è un ibrido, un bastardo, un figlio mostruoso della nostra società, un figlio esemplare che ci mostra tutte le incongruenze della nostra cultura, ma un figlio vitale, come sono più vitali gli organismi mutanti di fronte ai vecchi mammouth e dinosauri destinati inesorabilmente a scomparire, perché inadatti ad un ambiente mutato. Il jazz dunque, più che un dialetto è un gergo. Il dialetto è qualcosa di naturale, profondamente legato e connaturato ad un popolo, alla sua cultura. Il gergo è artificiale, è frutto della civiltà di massa a cui si contrappone per distinguersene, ma la sua distinzione è fittizia perché la civiltà di massa lo assimila, e il gergo deve rinnovarsi continuamente per riuscire ad identificarsi ancora. Il gergo è la cattiva coscienza del linguaggio comune, perché il linguaggio, nato come modo di esprimersi di singoli individui, nel momento in cui pretende di adattarsi a tutti, perde il contatto diretto con l'individuo, che inconsciamente si ribella, ed elabora un gergo per riaffermare la sua comunicazione individuale, rivolta ai propri simili, di fronte alla comunicazione massificata, rivolta a tutti, simili o dissimili che siano. Il linguaggio ufficiale del nostro tempo è quello della radio, della televisione, della pubblicità, dei giornali; è un linguaggio che noi tutti accettiamo ma in cui non ci riconosciamo. E allora reagiamo con i gerghi, che utilizzano codici ristretti di comunicazione a livello emotivo, professionale, politico, di clan. Proprio quando un comunicato televisivo o uno slogan pubblicitario possono essere compresi da tutti, proviamo una intima soddisfazione nel pronunciare frasi che solo alcuni possono comprendere. Il jazz nasce con la nascita delle grandi comunicazioni di massa. Nasce insieme col concetto di musica leggera, cioè di musica prodotta dalle classi dirigenti col preciso scopo di farla consumare alle masse. Ma si distingue subito dalla musica leggera perché rifiuta fin dall'inizio la logica del luogo comune, dello slogan da ripetersi sempre uguale fino a che tutti lo abbiano assimilato. In un momento in cui la comunicazione si avvia verso lo slogan il jazz pretende di continuare a parlare, con i ritmi e gli argomenti mutevoli del discorso corrente. Ma il linguaggio non si presta più a questa forma di espressione, ed è qui che il linguaggio jazzistico può esprimersi solo come gergo. L'esigenza di un linguaggio comune, massificato, era particolarmente sentita in una America che doveva comunicare in modo perentorio e indistinto con tutti i popoli che avevano contribuito a fare i cittadini americani: inglesi, irlandesi, francesi, tedeschi, russi, africani, italiani, cinesi, e così via. A tale esigenza si contrapponeva l'altra esigenza delle minoranze sociali ed etniche di conservare in qualche modo la loro identità: da qui nasce lo slang, il gergo, che non è dialetto, ma una forma particolare di comunicazione all'interno di una categoria. Se il dialetto resta sostanzialmente indipendente dalla lingua ufficiale, in quanto è legato ad una precisa tradizione di tempi e di luoghi, il gergo si serve della lingua ufficiale, le appartiene, ma se ne distingue per una sorta di malignità, di resistenza passiva. Da ciò nasce una perenne situazione di conflitto, perché il gergo soffre nel sentirsi emarginato dalla lingua ufficiale e fa di tutto per integrarvisi, ma al tempo stesso quando si accorge di essersi troppo integrato se ne distingue di nuovo reinventandosi. Tentare di definire le caratteristiche del jazz è molto difficile, perché il jazz, per chi lo segue da parecchi anni, è una cosa cosi naturale che si perde la capacità di metterselo davanti e analizzarlo, e anche perché al termine " jazz " corrispondono realtà molto diverse e al tempo stesso molto simili fra loro. Ma una volta premessa la natura gergale del jazz, tenterò di chiarirne le sue caratteristiche fondamentali (o almeno quelle che a me paiono tali) limitandomi alla definizione di alcuni termini di uso comune. Afro-americano. II jazz, almeno alle sue origini, tende ad essere confuso col blues, e viene considerato come tipica musica dei negri trapiantati in America. In realtà tutta la musica negro-americana della fine dell'800 non è altro che musica bianca, in gran parte europea, suonata con lo spirito dei negri, molti dei quali peraltro distavano dall'Africa da più di una generazione. Inoltre il jazz diventa tale proprio quando, ai primi del '900, si distacca dal blues, dal gospel, dai canti di lavoro, per dare luogo ad una musica strumentale più ricca e articolata, più " efficiente " nel senso americano del termine. Gli stessi negri delle classi un po' più elevate preferivano il jazz al blues, perché mentre il blues ricordava loro le origini africane e la schiavitù, il jazz li faceva sentire più americani. Il ritorno all'Africa di alcuni musicisti, da Ellington a Art Blakey ai jazzisti negri dell'ultima ora, è un fatto intellettuale. In realtà la musica africana non ha nulla a che vedere col jazz. Peraltro è vero che il jazz senza una componente africana sarebbe stato tutt'altra cosa; va però precisato che la componente africana può essere atavica nel caso dei musicisti negri, oppure acquisita nel caso dei musicisti bianchi. Va infine considerato che la stragrande maggioranza dei jazzisti bianchi proviene da minoranze ebraiche, italiane, portoricane, e così via, per cui il jazzista bianco ha sempre assimilato facilmente un linguaggio congeniale da emarginato a emarginato. Bianco-nero. Il jazz è musica negra, o bianca, o di ambedue le razze? C'è chi sostiene che soltanto i negri suonano il vero jazz. C'è anche chi dice che le grandi innovazioni sono state fatte dai bianchi. Ovviamente la verità sta nel mezzo. Il discorso di chi vuole che il jazz possa essere suonato dai negri è viziato da una petizione di principio, in quanto si considera jazz solo quello suonato dai negri. D'altronde chi si ferma al jazz bianco, di per se più comprensibile a noi bianchi, mostra di non voler fare lo sforzo di capire anche la musica dei negri. In realtà il jazz è bianco e nero, è un gergo con cui possono esprimersi e comunicare musicisti di ogni parte del mondo. Proprio in questo il jazz si distingue da ogni altra musica folkloristica: mentre il flamenco può essere suonato solo da uno spagnolo gitano, e il samba solo da un brasiliano, perché sono musiche folk, il jazz non è folk, è musica cittadina, nata e cresciuta nei grandi complessi urbani industrializzati, e dovunque ci sia una società industrializzata è legittimo suonare del jazz. In questo senso il jazz è un ibrido, e la sua autenticità consiste proprio nell'essere ibrido, nell'esprimere artisticamente la natura ibrida della società urbana industrializzata. Swing. "Non è nulla se non c'è swing", ha detto Duke Eilington. Lo swing è una delle caratteristiche fondamentali del jazz, ed è anche una delle più difficili da definirsi, perché non è una componente razionale, ma piuttosto vitale, nel senso animalesco del termine. Un soldato che marcia non ha swing, perché i suoi passi sono tutti ugualmente tesi e marcati; un leopardo che corre, salta, attacca la preda ha swing, perché i suoi movimenti si svolgono in un alternarsi continuo di tensione e distensione. Lo swing non si appoggia pesantemente su un accento, ma cade e rimbalza, energico e leggero. Nel jazz non c'e nulla di pesante e statico, tutto è dinamico e leggero. Beat. Il beat è un corollario dello swing, ma se ci può essere swing senza beat non c'è beat senza swing. Il beat è quella pulsazione ritmica costante su cui si articola la concezione ritmica dell'improvvisatore, che può accentuare le sue frasi sul beat o fuori del beat. Anche quando il beat non è scandito dalla sezione ritmica, come spesso accade nel free, il jazzista deve avere un beat dentro di sé e magari suonarci contro, altrimenti la tensione ritmica tipica del jazz cade e resta un insieme di suoni senza senso. Sound. Per quanto il jazz sia musica più che altro strumentale, la vocalità ne è l'elemento fondamentale. Il musicista suona il suo strumento come se fosse la naturale proiezione della sua voce. Per questo ogni strumentista di jazz ha la sua sonorità, il suo sound, che lo fa distinguere dagli altri. Mentre nella musica classica c'e una sonorità ideale a cui ogni strumentista deve cercare di avvicinarsi, nel jazz ognuno suona con la propria sonorità, che è anche il modo personale di maneggiare lo strumento. Alcuni grandi stilisti hanno dichiarato che solo chi sa cantare può suonare bene il suo strumento. E d'altronde per rendersi conto di tutto ciò basta paragonare il timbro di un baritono classico con il particolare trattamento di Armstrong, o il clarinetto di Willy Boskowsky con quello di Jimmie Noone. Improvvisazione. Il jazz è musica in gran parte improvvisata, tuttavia I'improvvisazione non è una caratteristica particolare del jazz. L'improvvisazione è sempre esistita, se per essa intendiamo la capacita di suonare senza leggere una partitura o senza averla imparata a memoria. Diciamo subito che il jazz può non essere improvvisato. Quando un'orchestra suona un'arrangiamento non improvvisa, ma se suona con swing fa del jazz. Comunque nel jazz esiste un particolare modo di improvvisare, che si basa sulla convenzione di lasciare alcune parti obbligate, e di suonare ad libitum su altre parti. Normalmente si tengono costanti il tempo, il tipo di ritmo e la progressione armonica del pezzo scelto come tema. Su questa base il bassista e il pianista, pur restando fedeli alla progressione armonica, improvvisano rivolti armonici e figure ritmiche, il batterista improvvisa figure ritmiche pur tenendo fisso il tempo, il solista improvvisa una nuova linea melodica. Tutto ciò non vale più nel caso del free, dove l'improvvisazione non tiene canto di schemi fissi. Chorus. Il pezzo scelto come tema ha una durata: se è un blues avrà 12 battute, se è una canzone ne avrà 32, divise in quattro periodi di 8 battute ciascuno, o in due da 16 battute ciascuno. Lo svolgersi di tutte le battute del tema, col loro bravo giro armonico, costituisce un chorus. Quando il chorus è finito si ricomincia da capo. Il pezzo assume così una struttura ciclica, un po' come una molla. Un solista improvvisa il suo assolo su un certo numero di choruses; finito l'ultimo chorus smette di suo-nare e l'altro solista attacca il suo assolo sullo stesso giro. Naturalmente anche queste consuetudini non valgono più nel caso del free, dove l'intesa non si ottiene dall'ossequio agli schemi, ma dal seguirsi e sostenersi l'un l'altro in una "complete communion", come dice Don Cherry. Feeling. Come lo swing, è una qualità irrazionale. Ogni musicista ha il suo feeling, una particolare tensione emotiva che si realizza tutta all'interno della musica suonata. Nel jazz non è tanto importante l'impeccabilità dell'esecuzione, quanto la carica di umana emotività con cui si suona. Il jazzista preferirà sempre una esecuzione imprecisa, ma ricca di feeling, ad una esecuzione perfetta ma fredda. A questo proposito c'e anche da dire che nel jazz non è tanto importante la velocità e la quantità di note con cui si improvvisa, quanto il significato musicale e il feeling che ci sono in usa improvvisazione, anche se fatta con poche note e frasi semplici; l'improvvisatore è buono se "canta", piuttosto che macinar note. Call and response. E' una pratica africana, ma si trova in molte altre musiche rituali. Si tratta del celebrante che dice qualche cosa, e del coro dei fedeli che gli risponde. Nel jazz la pratica del call and response è alla base del rapporto fra il solista e il resto del gruppo, dove il gruppo non è mai passivo di fronte al solista, ma parla con lui, sostenendolo con esclamazioni, domande, approvazioni, o disapprovazioni. A volte il gruppo tace del tutto, e il solista fa la sua cosa in break, dopo di che il gruppo ricomincia a suonare con rinnovato entusiasmo. Altre volte il gruppo fa una serie di interiezioni tutte uguali per eccitare il solista, e allora si dice che fa dei riff. Altra cosa tipica del jazz è la distribuzione degli assoli. E' piuttosto raro il caso di un musicista che faccia sempre gli assoli e degli altri che facciano sempre l'accompagnamento. Normalmente i musicisti suonano il tema tutti insieme, poi ognuno fa il suo assolo mentre gli altri lo accompagnano. Questa prassi deriva senza dubbio dalla concezione ciclica della musica africana, dove non c'è un direttore da una parte e un'orchestra dall'altra, ma un insieme di persone che suonano, cantano, e ballano girando intorno ad un totem. Perché il jazz è un ibrido? Perché è figlio di molti padri e molte madri, e li tiene tutti nello stesso conto. Perché vuole essere al tempo stesso musica d'arte e musica di intrattenimento. Ma proprio in questo è la sua vitalità, perché si tiene ad uguale distanza dall'intellettualismo della musica d'arte e dalla banalità della musica commerciale. |
Compilare
una minigalleria di personaggi-chiave del jazz, con annesse indicazioni
discografiche, è stato per me molto angoscioso, perché mi è sembrato di
essere su un pallone aerostatico dove dovevano rimanere venti persone e si
dovevano buttare giù tutti gli altri. Mi son trovato così ad avere
eliminato tanti artisti che amo e che ritengo molto importanti, e mi
vergogno un po’ di non aver dedicato un ritratto ad Errol Garner, a
Thelonious Monk, a Bill Evans, a Kenny Clarke, a Lionel Hampton, a Charlie
Mingus, a Cecyl Taylor. Comunque ho cercato di individuare quegli artisti
in certo senso più responsabili delle evoluzioni stilistiche attraverso
cui si è sviluppata la storia del jazz. Anche per la scelta dei dischi va
considerato che qualunque disco di questi artisti è valido, e se invece
del disco che io ho citato se ne trova un altro, non si sbaglia di certo.
I dischi che ho indicato sono quelli che ritengo più rappresentativi
dell’artista o dello stile, o semplicemente quelli che a me piacciono di
più.
Jelly Roll Morton ^ topN. 1885, m. 1941. Diceva di aver inventato il jazz nel 1902, cosa che naturalmente non è vera. Tuttavia è stata la prima grande figura del jazz, perché con lui per la prima volta la personalità del musicista esecutore è più importante del materiale fomitogli dal compositore. Morton segna il passaggio dal ragtime di Scott Joplin al vero e proprio jazz di New Orleans. Ai primi del '900 il pianista suonava da solo nei bar, nelle case chiuse, nei ritrovi privati; l'orchestra invece suonava nelle feste all'aperto, nelle sale da ballo, in parata per le strade. Morton è il primo « professore » di pianoforte ad avere l'orchestra (era famosa quella dei « Red Hot Peppers », di cui hanno fatto parte alcuni fra i più faùmosi musicisti di stile New Orleans). La figura di Morton è ideale per aprire questa nostra piccola galleria di ritratti famosi, perché nel '37 Morton fu « ripescato » dal celebre etnomusicologo Alan Lomax, che gli fece incidere 12 LP per la Library of Congress, in cui Jelly Roll parlava dei suoi ricordi illustrandoli al piano. Tutto ciò costituisce un documento insostituibile di un periodo in cui il jazz non era stato ancora inciso su disco, e dell'ambiente di Storyville, il quartiere equivoco di New Orleans così importante per la nascita del jazz. DISCHI: Louis Armstrong ^ topN. 1900, m. 1971. Armstrong è il più grande musicista di jazz. Cresciuto nella più pura tradi-zione New Orleans, si mise in luce nell'orchestra di King Oliver, con repertorio e strumentazione che venivano direttamente dal leggendario Buddy Bolden. Nato da una povera famiglia di New Orleans cresce con tutte le difficoltà e le umiliazioni di un bambino negro del sud, e impara a suonare la tromba in carcere. Ancora ragazzo entra nell'orchestra di Kid Ory, e poi in quella di King Oliver. Dal 1925 al '28 costituisce due gruppi per incidere dischi, i celebri Hot Five e Hot Seven. Con questi gruppi segna il culmine dello stile New Orleans per piccolo complesso, e al tempo stesso apre la via al jazz classico. Successivamente suona con l'orchestra di Fletcher Henderson, e apre la via allo stile per grandi orchestre della Swing Era, e cioè al suono degli anni '30. Sul finire degli anni '40 mette insieme gli “ All Stars “ con Jack Teagarden, Barney Bigard e Sid Catlett, e gira per tutto il mondo con enorme successo. Poi comincia a vivere artisticamente di rendita, perché non si preoccupa più di avere un'orchestra degna di lui, e si limita a ripetere il suo repertorio, appagato dal successo. Tuttavia il suo modo personale di suonare non è mai scaduto di forza e di qualità, e anche negli ultimi tempi sentirlo suonare dal vivo significava pro-vare una delle più forti emozioni possibili di fronte al jazz. Armstrong ha avuto un’influenza determinante su moltissimi musicisti di jazz, e si deve principalmente a lui se il jazz ha raggiunto una classica perfezione di stile, dove tutti gli elementi caratteristici coesistono in perfetto equilibrio. Ha riunito nella sua persona le rare qualità del leader, del solista, del cantante, del1'uomo di spettacolo. E' infine riuscito a conciliare il successo commerciale con la qualità musicale, perché sapeva innalzare al suo livello anche il motivetto più banale. DISCHI: Bessie Smith ^ topNata in un anno imprecisato intorno al 1890 nel Tennessee, morta nel 1937. Abbandonata a se stessa, cominciò a cantare da ragazzina nei circhi e nelle fiere delle cittadine del sud. Nel 1923 incise il suo primo disco, e ne vendette due milioni di copie. Divenne ben presto la più grande cantante di blues, l’« imperatrice del blues », per il suo modo intenso e solenne di interpretare. Guadagnò molto denaro, ma lo spese tutto. Negli anni trenta la sua stella era in declino; prima che potesse riprendersi, morì in seguito ad un incidente stradale: era il 26 settembre 1937. Non si può comprendere il jazz se non si conosce il blues. Le due forme più ricorrenti dei temi jazzistici sono il blues di 12 battute e la canzone di 32 battute. Tuttavia il blues non è solo una forma musicale, è il modo di cantare e di fare poesia del negro americano. Mentre il jazz subirà una evoluzione stilistica che lo porterà sempre più lontano dalle matrici originarie e dal blues, il blues rifiuta il concetto di evoluzione e i cantanti di oggi sono an-cora fedeli allo stile dei pionieri. “ II blues canta di molte cose che si sono perdute: dell’amore perduto e della felicità perduta, della libertà perduta e della dignità umana perduta. Spesso ne canta come attraverso un velo di ironia “ (Berendt). La tipica musica dei negri americani è il blues più che il jazz, dalle sue espressioni più pure, di cui Bessie Smith è il più fulgido esempio, alle più commerciali (rhythm and blues). DISCHI: Bix Beiderbecke ^ topN.
1903, m. 1937. Bix proviene da una ricca famiglia tedesca
appassionata di musica, e compie studi musicali regolari. Attratto
dal jazz dei complessi “dixieland “ bianchi e “ New Orleans “
negri, comincia a suonare con loro e già nel '23 è l'attrazione dei
Wolverines. Nel ’28 entrò nell'orchestra di Paul Witheman, ma in quella
pletorica formazione non poteva suonare musica di suo gusto e non aveva
spazio sufficiente per fare assoli. Cominciò a bere e a condurre vita
sregolata, e in pochi anni si distrusse. Bix è una figura romantica,
uno dei primi esempi di quella « gioventù bruciata » che avrebbe
fatto parlare di sé parecchi anni più tardi. E' diventato popolare dopo
la morte, grazie ad un romanzo e ad un film ispirati alla sua vita. Bix
è la punta di diamante dello stile di Chicago, e oppone alla potenza
sonora e ritmica del jazz di New Orleans una sonorità più delicata, una
concezione ritmica più sottile. Bix è il primo a far sentire con
chiarezza l'elemento bianco nel jazz, ed è il primo musicista bianco ad
influenzare an-che i negri. Tutti gli stili jazzistici in cui prevale la
componente bianca gli devono qualcosa, e resterà a lungo nella concezione
armonica del jazz la predilezione bixiana per l'armonizzazione
impressionistica e per Debussy in particolare. La
figura di Bix resta legata all'ambiente del proibizionismo e dei gangsters.
e la sua musica si contrappone con singolare lirismo alla violenza di
quegli « anni ruggenti ». DISCHI: Duke Ellington ^ topN. 1899, m. 1974. Il jazz è nato e cresciuto grazie alla fusione di elementi culturali e sociali diversi. Ellington è il primo musicista di jazz che provenga da una famiglia della buona borghesia, e che fin da ragazzo sia stato avviato a regolari studi musicali ed artistici. Ellington costituisce un capitolo a parte nella storia del jazz perché vi introduce il gusto dei colori orchestrali e degli impasti timbrici. Le orchestre di jazz avevano un organico fisso e un tipo di strumentazione ricorrente in ogni brano, e perciò la loro sonorità era costante. Ellington invece amava avere a disposizione numerosi musicisti che poi combinava in modo vario a seconda del colore che voleva conferire ad una data esecuzione. A questo aggiungeva doti personali di leader e di orchestratore (o arrangiatore, come si dice nel jazz) che sono rimaste uniche nella storia del jazz. Mentre nel piccolo complesso la qualità della musica viene fuori dalle doti personali dei singoli componenti, nella grossa orchestra l’arrangiatore scrive una partitura che i musicisti devono eseguire, e la qualità musicale dipende più dalla partitura che dai musicisti, i quali singolarmente possono anche essere mediocri. Ellington invece ha lavorato con la grossa orchestra come si lavora col piccolo complesso, nel senso che ha messo insieme un gruppo di musicisti di suo gusto dal punto di vista musicale e umano, e ha scritto la musica in funzione di questi musicisti. Ha ottenuto così due risultati: i musicisti suonavano sempre con piacere, perché la musica aderiva al loro feeling; l'orchestra ha raggiunto una coesione e una sonorità di insieme inimitabili. Parecchi musicisti sano rimasti con Ellington dalla prima orchestra del '25 fino alla morte loro o a quella recentissima di Ellington. Quando era necessaria qualche sostituzione risultava mutata un po' anche la musica, che Ellington adattava ai nuovi venuti. In tal modo l'orchestra di Eilington è rimasta un po' fuori del tempo. perché pur restando fedele al suo stile si è sempre rinnovata e non è sembrata mai sorpassata, anche dopo i grossi rivolgimenti operati dal bebop. Ellington inoltre è stato il primo ad allargare la forma musicale in composizioni di ampio respiro. Le innovazioni e le proposte di Ellington hanno contribuito ad ampliare gli orizzonti del jazz sotto molti aspetti, tanto più che il Duca è ormai universalmente riconosciuto come uno dei più importanti musicisti d'America, anche oltre i confini del jazz. DlSCHI: Count Basie ^ topN. 1904, m. 1984. Comincia a lavorare nell'ambiente di Kansas City, e col nome di questa città si chiamerà lo stile delle orchestre swing negre per distinguerlo da quello delle orchestre bianche della Swing Era. Negli anni '30 esplode la voga delle grosse orchestre, e si definisce l'organico tipico della big band jazzistica che rimarrà sempre la stesso, salvo varianti marginali (4 trombe, 4 tromboni, 5 sassofoni, piano, basso, batteria). Oltre all'orchestra di Ellington negli anni '20 divenne famosa l'orchestra di Fletcher Henderson, e quella di Jimmie Lunceford. Sulla scia di queste negli anni '30 si sono sviluppate le orchestre bianche, per le quali rimando alla scheda relativa a Benny Goodman, e quelle negre, fra cui quelle di Benny Moten, di Jay McShann, di Andy Kirk. Queste orchestre hanno profondamente caratterizzato la musica leggera americana e sano state crogiuoli di idee e solisti importanti. L'orchestra negra più eccitante è quella di Basie, perché tutte le complicazioni, gli orpelli, il superfluo, sono eliminati, e resta solo un formidabile concentrato di swing. La concezione orchestrale è piuttosto semplice, perchè su una base ritmica leggera ma solida, suonata da chitarra, basso e batteria, l'orchestra interviene con brevi frasi ripetute, chiamate riff, e tra una frase e l'altra Basie mette una o due note di pianoforte, con straordinario effettto propulsivo. II tutto è suonato con voci strumentali piene e tipicamente negre, e serve da supporto alle improvvisazioni di grandi solisti come Buck Clayton, Lester Young, Dickie Wellls, via via fino a Clark Terry, Thad Jones, Frank Wess. L'orchestra suona con grande scioltezza e pure con assoluta precisione, come se tutti i musicisti respirassero insieme. II modo di suonare di Basie è l'esempio più tipico del concetto di swing. II suo stile non è né tradizionale né moderno, perché l'orchestra fornisce un supporto ideale sia ad assoli di tipo classico, sia ad improvvisazioni di taglio decisamente moderno. DISCHI: Benny Goodman ^ topN. 1909, m. 1986. Da giovane lavora a lungo in ambienti da ballo e di teatro, e forma cosi la sua esperienza di musicista e di formidabile showman. Musicalmente nasce dallo stile Chicago, e dal '26 al '29 lavora con l'orchestra di Ben Pollack. Dal '29 al '34 lavora e incide a New York come free-lance con una quantità di artisti famosi. Poi forma la sua orchestra che, avvalendosi del sagace impresariato di John Hammond, di ottimi solisti e degli arrangiamenti dei fratelli Henderson e di Benny Carter, diventa ben presto la più famosa orchestra swing. Goodman è acclamato “re dello swing“, e dalla sua musica la seconda metà degli anni '30 prende il nome di « swing era ». Oltre alla grande orchestra, Goodman ha tenuto in vita vari piccoli complessi, dal sestetto al trio, formati con i suoi migliori solisti, fra cui Lionel Hampton, Teddy Wilson, Gene Krupa e Charlie Christian. Con Goodman il jazz ha ottenuto la massima diffusione popolare, e al tempo stesso ha cominciato ad imporsi anche all'ambiente della musica classica: Bartok, Copland e Hindemith hanno scritto concerti per lui. Goodman ha fatto di tutto, dalla radio alla musica da film; è stato perfino insegnante alla Juilliard, la più prestigiosa scuola musicale degli Stati Unti. Con lui ha suonato un'impressionante quantità di jazzisti famosi, e sulla scia della sua orchestra si sono formate altre orchestre bianche, talvolta sconfinanti verso la musica commerciale, tra cui quelle Buddy de Franco, di Glenn Miller, di Harry James. DISCHI: Coleman Hawkins ^ topN. 1904, n. 1969. Hawkins cominciò a studiare musica all'età di 5 anni, e diventò famoso con l’orchestra di Fletcher Henderson, di cui fu uno dei migliori solisti. E' una delle più grandi figure del Jazz, il gran padre del sassofono tenore e dell'improvvisazione armonica. Si deve a lui se nel jazz c'e stata una grande fioritura di sassofonisti, e se molti di loro hanno dato un contributo determinante alla storia di questa musica (basti pensare a Rollins e a Shepp, che per sonorità e stile prendono spunto ambedue da Hawkins). Le caratteristiche di Hawkins sono una voce possente, una concezione ritmica vigorosa, una ricchezza di invenzione melodica strettamente legata alla progressione armonica del tema, un feeling intenso. Pur nella classicità del suo stile, Hawkins è riuscito ad adattarsi alla situazione mutatasi dopo l'avvento del bop, e anzi rappresenta il luogo di incontro fra il jazz tradizionale e il jazz moderno. DISCHI: Ella Fitzgerald ^ topN. 1918, m. 1996. Ella Fitzgerald è la
più popolare cantante di jazz, grazie lle sue numerose tournées con
Norman Granz, e grazie alle interpretazioni delle canzoni americane dei
Berlin, dei Rodgers, dei Gershwin, che insieme con le interpretazioni di
Sinatra sono le più classiche. Ha
una voce limpida e molto estesa, una musicalità e una scioltezza tecnica
che le permettono di sostenere lunghe improvvisazioni « scat ». (Il
canto scat, che si vuole inventato da Armstrong, è una specialità dei
jazzisti, e consiste nel cantare senza parole, emettendo suoni ad
imitazione di suoni strumentali). La Fitzgerald eccelle in questo tipo di
improvvisazione vocale, ma anche nel trattamento melodico e armonico dei
temi di base. Nata e cresciuta con lo
swing, ha finito per elaborare uno stile né tradizionale né moderno, che
resta uno dei più godibili esempi del jazz classico, altrimenti definito
come « Mainstream » (corrente principale). DISCHI: Lester Young ^ topN,
1909, m. 1959. Lester Young è l'« altra faccia » del sassofono
tenore. Così come Hawkins è vitale. estroverso, clamoroso, Young è
pigro, introverso, sommesso. Il suo personaggio e stato sempre
imprevedibile ed enigmatico ed ha contribuito a creare intorno ai jazzisti
quell'aura di genio e sregolatezza che aleggiava intorno ai Bix, ai Parker,
fino a Miles Davis. Lester Young è il primo a mettere in risalto il relax
inteso come elemento capace di produrre swing, nel senso che le sue
improvvisazioni sono quiete e pur cariche di tensione ritmica. Lo stile di
Lester Young è stato di enorme importanza per tutto il jazz moderno, e
rappresenta il momento in cui il jazz abbandona il clima « hot »
(rovente, eccitato) per entrare nel clima « cool » (fresco, distaccato). DISCHI: Earl Hines ^ topN. 1903, m. 1983. Earl Hines,
contrariamente a molti altri musicisti negri del suo tempo, è figlio di
due musicisti ed ha avuto fin da ragazzo una regolare istruzione musicale.
Questa circostanza, unita alle più autentiche qualità jazzistiche, ne
fanno una figura chiave per l'evoluzione del jazz, sotto molti aspetti.
Nel jazz di New Orleans il pianista, legato allo stile ragtime, non aveva
trovato ancora un giusto inserimento. Hines, pianista di Armstrong, cercò
di combinare una complessa armonizzazione di derivazione classica con le
linee melodiche e il vibrato della tromba di Armstrong, e ne venne fuori
uno stile pianistico che avrebbe aperto la strada al pianismo swing e di
stile classico. II suo modo di suonare, anzichè essere strutturato
secondo la pratica popolaresca del motivo e dell'accompagnamento, risulta
da complessi movimenti di parte, tipici di una concezione orchestrale che
risentiva della preparazione classica e dei contrappunti a tre voci
dell’orchestra New Orleans. Hines ha sempre amato alternare la sua
attività di solista a quella di direttore di grosse orchestre, e la sua
orchestra degli anni '40 fu la culla del bebop. In tal modo Hines aprì la
strada a quella che sarebbe stata la più grossa evoluzione del jazz.
Ancor oggi Hines suona con freschezza e vigore, nel suo stile classico a
cui devono qualcosa tutti i pianisti che sono venuti dopo di lui. DISCHI: Billie Holiday ^ topN. 1915, m. 1959. Billie Holiday è la più
grande cantante di jazz. II suo stile e aspro e drammatico, al primo
ascolto lascia perplessi perchè rifugge dai virtuosismi spettacolari
della Fitzgerald, il timbro di voce è inquietante come quello di una
ragazzina cresciuta troppo in fretta. Ma una volta superate le difficoltà
dell'impatto iniziale si ama il suo modo di cantare così
irresistibilmente gravido del dramma di una donna e di una negra. Billie
Holiday ha avuto una vita difficile e sregolata, oscillante fra alti e
bassi, finita in una prematura autodistruzione. Il canto di Billie Holiday
si adatta bene sia allo stile swing che a quello moderno, e per quanto
molte cantanti moderne abbiano cercato di rifarsi a lei, nessuna è
riuscita ad avvicinarsi al suo feeling, che resta una delle cose più
intense e struggenti di tutto il jazz. DISCHI: Charlie Parker ^ topN. 1920, m. 1955. Parker è il personaggio più importante di tutta la storia del jazz, perché ne racchiude in sè un po' tutti gli aspetti, e ne risolve le contraddizioni fondendole in uno stile superbo, imitatissimo ma mai eguagliato. Se finora il jazz aveva cercato di raffinare i suoi mezzi espressivi e di precisare le sue intenzioni, giungendo alla maturità, all'equilibrio e allo splendore di un linguaggio classico, con Parker subisce una svoilta, un'impennata. Se finora I'evoluzione era intesa come perfezionamento della tecnica e del linguaggio, con Parker entra nel jazz il demone dell'avanguardia, dove l’evoluzione diventa rifiuto della routine, dis-sacrazione delle tradizioni, presa di coscienza del jazzista non più come uomo di spettacolo e abile virtuoso, ma come artista che propone, inventa, stimola, provoca disagio, brucia se stesso nell'atto creativo. Con Parker il jazz diventa consapevole della propria cultura, e tutti gli elementi tradizionali (il blues, la swing, il feeling, che Parker possiede al massimo grado) diventano dati culturali. materiale da usare senza pregiudizi, col solo scopo di ottenere qualcosa di diverso, di inedito, di personale. II risultato è il bebop, il rituale è un rifiuto intellettuale di concedersi al pubblico (è il pubblico che deve darsi da fare se vuol capire), il risultato è una spaccatura nell'ambiente stesso del jazz, dove musicisti e appassionati si dividono in «tradizionalisti » e « modernisti », e l'intransigenza con cui si considerano cesserà solo, e non del tutto, ai giorni nostri. Il personaggio Parker, alla cui musica si aggiungono quelle componenti umane che la caricano di pathos – adolescenza difficile del negro discriminato, incomunicabilità, droga, follia, morte prematura – si inserisce in tutta quell'avanguardia culturale americana altrimenti nota come la «beat generation» dei Ginsberg, dei Kerouac, dei Pollock. N.B. – Anche sotto il profilo discografico Parker rappresenta una svolta, perché le sua immatura scomparsa e l’eccezionalità della sua musica hanno spinto critici e discografici a recuperare e pubblicare tutto ciò che di lui è stato registrato. In tal modo il disco non è più un prodotto confezionato, ma diventa uno strumento di documentazione che raccoglie, insieme col pezzo ritenuto buono, anche tutte le edizioni difettose o incompiute. Nei dischi di Parker si trovano inoltre registrazioni fatte da amatori con mezzi di fortuna in jam-session private. Queste registrazioni sono tecnicamente assai scadenti, ma documentano altrettanto bene il travaglio inventivo di Parker, che in ogni occasione perseguiva la sua lucida e folle ricerca. DISCHI: Dizzy Gillespie ^ topN. 1917, m. 1993. Se Parker è la
maschera tragica del bop, Gillespie ne è la maschera comica. Naturalmente
oltre i lazzi e le stramberie con cui ama condire le sue esibizioni è
altrettanto serio, al punto da prendere a coltellate un direttore
d'orchestra che non gradiva la sua musica. Se Parker voleva suonare in
modo diverso dagli altri, Gillespie voleva suonare come Roy Eldridge –
il più moderno dei trombettisti classici – e studiava come un pazzo per
riuscirci. Ma intanto suonava con Parker, fin dai tempi in cui un gruppo
di giovani musicisti si riuniva in un locale dopo le normali ore di
lavoro, e in sedute che duravano fino al mattino stavano facendo nascere
il nuovo stile del bop. In questo stile si usavano giri armonici
complicati, intervalli melodici inconsueti, tempi spesso velocissimi e
ritmi controtempo, un po’ per dare agli improvvisatori nuovi presupposti
operativi, un po' per scoraggiare i musicisti meno abili che volevano
suonare ad ogni costo nelle storiche jam session. Gillespie, lavorando in
questo ambiente e contribuendo egli stesso a formarlo, è diventato ben
presto uno dei più formidabili tecnici della tromba in senso assoluto, e
dal punto di vista jazzistico ha creato uno stile pi-rotecnico, brillante.
e al tempo stesso di limpida costruzione e ricco di pathos, da cui sono
partiti tutti i trombettisti moderni, da Clifford Brown a Don Cherry.
Gillespie ha trasferito le innovazioni solistiche del bop al linguaggio
della grossa orchestra, e tuttora le sue incisioni per grossa orchestra
del '49 restano fra le cose più nuove nel campo delle grosse formazioni
jazzistiche. DISCHI: Sarah Vaughan ^ topN. 1924, m. 1990. Se Bessie Smith e la «
voce » del blues, la Holiday e la Fitzgerald sono le « voci » del jazz
classico, Sarah Vaughan è la « voce » del jazz moderno. Messasi in luce
come pianista e cantante con l'orchestra di Earl Hines, lavorò poi con
Billy Eckstine e con tutti i grandi del bop. A suo agio sia con grandi
orchestre che con piccoli complessi, la sua voce è più calda di quella
della Fitzgerald, lo stile più sofisticato. A1trettanto brava sia
nell'interpretazione di canzoni sia nell'improvvisazione scat, da lei
prendono le mosse tutti i cantanti di stile moderno. Dischi: Woody Herman ^ topN. 1913, m. 1987. Herman, formatosi allo stile Chicago, nel periodo swing mette insieme un'orchestra con cui raggiunge grossi successi discografici. Nel 1945 ha una delle più famose orchestre swing, e perfino Strawinskij scrive per lui l'« Ebony Conoerto ». Ma subito dopo Herman rinnova l'orchestra, e ne fa la più famosa big band di stile moderno. Con Herman il bop non resta limitato agli esperimenti di Parker e GiIlespie, ma si diffonde come stile moderno, e raggiunge un grosso pubblico in tutto il mondo. L’orchestra di Herman, e dopo lui quella di Stan Kenton, esercitano il maggiore influsso sui musicisti e arrangiatori bianchi anche al di fuori dell'America e ancor oggi le orchestre leggere, come quelle della nostra RAI-TV, si rifanno a quei moduli. Se i puristi del jazz guardano con sospetto a questa musica, perché tendono a considerare come legittimo solo l' apporto dei musicisti negri, va tuttavia considerato che il jazz è fatto anche da Benny Goodman, da Herman e da Kenton, e va riconosciuto che questi musicisti sono stati importantissimi per la diffusione internazionale del jazz, e hanno reso più agevole la comprensione del linguaggio dei musicisti negri, fatalmente più ostico ad ascoltatori nati e cresciuti in ambienti musicali di tradizione culturale bianca. DISCHI: Gerry Mulligan ^ topN. 1927, m. 1996. Con Miles Davis,
Mulligan è stato uno dei promotori dello stile « cool », che poi
avrebbe trovato la sua più tipica realizzazione nel binomio Lennie
Tristano - Lee Konitz. Il quartetto che Mulligan ebbe con Chet Baker fu
negli anni '50 una delle formazioni jazzistiche più popolari. Accanto
alle esperienze di Mulligan venivano svolgendosi quelle di Dave Brubeck e
di musicisti provenienti dall'orchestra di Stan Kenton. Me venne fuori uno
stile molto pulito, piacevole e salottiero, fondato più sulla perfezione
della scrittura e dell'esecuzione, che sul vigore dei solisti e del ritmo,
e fu chiamato « West Coast » o «californiano
». I musicisti californiani, quasi tutti bianchi, rappresentano le punte
più alte del professionismo, e sono tuttora fra i meglio pagati
d'America, grazie alla loro efficienza e alle possibilità di impiego nel
cinema, nelle registrazioni, nella musica leggera e industriale. Tuttavia
le qualità jazzistiche più autentiche appaiono molto annacquate, e il
jazz californiano ha importanza più all’esterno che all'interno
dell’ambiente jazzistico, in quanto rappresenta il punto di passaggio
dal jazz al professionismo musicale in senso lato. Mulligan,
che è ancora al di qua del californiano, è un jazzista autentico e uno
stilista impeccabile e originale, e resta una delle proposte bianche più
valide nell'ambito del jazz. DISCHI: Art Blakey ^ topN. 1919, m. 1990. Il bebop (o bop che dir
si voglia), dopo un primo momento di fortuna in cui influenzò perfino
l'abbigliamento dei giovani intellettuali americani, col diffondersi del
cool e del californiano fu messo da parte, e i jazzisti negri passarono un
momento di scarsa fortuna. Tuttavia continuavano a suonare in puro stile
bop, specialmente nei piccoli locali riservati ai negri delle città della
costa occidentale. Art Blakey, che era stato uno dei tre grandi batteristi
bop (gli altri erano Kenny Clarke e Max Roach), volle rispondere al jazz
levigato dei bianchi esasperando le caratteristiche negre del jazz, e cioè
il ritmo orgiastico, le voci strumentali aspre e personalizzate fino al
limite della sgradevole, l'improvvisazione sviluppata in lunghi assoli, un
clima teso, sbracato e aggressivo, non più da salotto o da soffuso locale
alla moda, ma piuttosto da cantina. Il complesso di Blakey si chiamava (e
si chiama tuttora, anche se i musicisti sono cambiati più volte) « Jazz
Messengers », e il jazz boppistico negro fu rilanciato con l'etichetta di
« hard bop » (bop duro); con Blakey suonavano alcuni musicisti negri più
giovani, come Hank Mobley, Kenny Dorham, Horace Silver. Insieme con i
giovani tornavano alla ribalta con propri gruppi alcuni boppers della
prima ora, fra cui il grande Theloniuos Monk, Miles Davis e Max Roach, che
aveva formato uno strepitoso quintetto con il trombettista Clifford Brown. DISCHI: Sonny Rollins ^ topN.
1929. Rollins aveva lavorato con i boppers, fra cui Art Blakey,
Tadd Dameron, Fats Navarro,
Bud Powell, Miles Davis. Quando alla metà degli anni '50 il bop
torna in auge, Rollins si impone all'attenzione dei jazzofili, dapprima
come partner, poi come leader di propri gruppi. Il suo stile consiste nel
fondere il linguaggio di Parker con la sonorità di Coleman Hawkins. Pur
non avendo proposto sostanziali innovazioni e restando piuttosto fedele
allo stile ormai classico del bop, Rollins ha una grande personalità di
improvvisatore, ed è senza dubbio il solista più interessante della
seconda generazione del bop, tipico rappresentante delle grandi qualità
improvvisative dei jazzisti negri moderni. DISCHI: Miles Davis ^ topN. 1926, m. 1991. Ancora diciannovenne suona e incide con Parker. Da allora è sempre restato nell'occhio del tifone come uno dei protagonisti dell’evoluzione jazzistica, e lo è tuttora. Nel 1948 insieme con Gil Evans, Mulligan e altri partecipa alla prima esperienza cool. Il suo modo di suonare, quieto ed essenziale, ispirato un po’ a Lester Young e un po’ a Billie Holiday e filtrato attraverso Parker e Gillespie, impreziosito dalle rarefazioni cool, fa molti seguaci. Il suo discorso è ricco di spazi, in certo senso le pause sono più importanti delle note, e il tutto si regge su un sostegno ritmico solidissimo. Davis ha sempre dato molta importanza alla ritmica, e nei suoi complessi c'è sempre stata la sezione ritmica migliore del momento. Pur restando fedele alle sue concezioni di base, Davis ha sempre avuto l'ansia di rinnovarsi, a volte lanciando lui stesso proposte stimolanti, altre volte raccogliendo gli stimoli del gusto alla moda (bossa-nova, rock) o da patrimoni musicali diversi (flamenco), a volte chiamando con sé musicisti stimolanti e diversi (Bill Evans, Cannonball, Coltrane, McLaughlin , Moreira, ecc.). Questo suo comportamento ne fa un personaggio affascinante e sempre interessante, ma ne rende difficile una valutazione serena; infatti Davis è amato o rifiutato, e anche chi ha pienamente condiviso un periodo della sua musica non esita a deprecare un altro periodo. E' al tempo stesso difficile collocare storicamente il suo personaggio, perché se da una parte appartiene a periodi passati come il bop o il cool, dall'altra appartiene quanto mai al presente del jazz. A mio avviso i suoi momenti migliori, quelli in cui ha dominato incontrastato la scena del jazz, vanno dal quintetto con Coltrane, Garland, Chambers e Ph. J. Jones al quintetto con Hancock, Wayne Shorter, Ron Carter e Tony Williams, e cioè dalla metà degli anni ’50 ai primi dei ’60, comprendendovi la collaborazione con Bill Evans e le grosse orchestre con Gil Evans. Tuttavia la sua maggiore popolarità è di questi ultimi anni, in cui ha raccolto un larghissimo consenso fra gli ascoltatori più giovani e fra gli appassionati di rock. Il suo stile attuale è una esasperazione delle sue concezioni di base, dove la ritmica sempre più potente e incalzante si spinge verso una poliritmia africana, le melodie sono sempre più astratte e spettrali, grazie anche all'elaborazione elettronica dei suoni. L'atto di suonare viene spogliato della considerazione di ciò che si suona, ed assunto nella sua essenza, nel suo accadere stesso come rituale, come mistificazione, come esistenza. L'atto di suonane non è più una manifestazione dell'esistenza, ma è la testimonianza stessa del fatto di esistere (« cogito, ergo sum » diventa « suono, dunque esisto »). DlSCHI: John Coltrane ^ topN. 1926, m. 1967. Coltrane cominciò a suonare in complessi di rhythm and blues, poi con jazzisti famosi, ma si impose all'attenzione degli amatori solo quando suonò con Miles Davis. Insieme con Davis, nel tentativo di liberarsi dai vincoli della tonalità e dell'improvvisazione su accordi prestabiliti, elaborò il sistema di improvvisare su un modo. Invece della tonalità si stabiliva una scala o una successione di scale, e si costruiva la musica sia armonicamente che melodicamente in base alla scale o al modo scelto. Questo sistema, che consente molta libertà ma che al tempo stesso garantisce un clima omogeneo, è tuttora usato da moltissimi musicisti anche al di fuori del jazz. Gran parte del jazz più recente, del pop-jazz, del rock progressivo, si muove in quest'ambito. Praticamente tutti i sassofonisti attuali sono seguaci di Coltrane. Ma lui aveva un calore, una intensità estatica tali che ogni suo assolo diventava un inno, qualcosa che vibrava dall'inizio alla fine. Nell'ultima parte della sua vita, in un'ansia di tensione suprema, aveva spinto al massimo le sue aperture sonore, dissolvendole in pura energia. Coltrane resta una delle grandi figure del jazz di prima del free, ed anche del free, perchè la straordinaria abilità tecnica e l'originalità della sua voce si realizzano in un flusso di energia continuo e dilagante, in una inesausta urgenza di spingersi oltre, in una struggente nostalgia per tutto ciò che si era lasciato alle spalle. DISCHI: Ornette Coleman ^ topN. 1930. Alla fine degli anni ’50 viene alla luce la musica di Ornette Coleman e Don Cherry. La matrice è boppistica, per Coleman è decisamente parkeriana, ma le strutture sono cambiate. Finora il jazz era rimasto legato alla forma chiusa del blues e della canzone: queste forme erano necessarie per stabilire una successione di punti di riferimento su cui costruire l'improvvisazione. Una delle doti del jazzista era la « quadratura », cioè la capacità di rispettare la durata e la progressione armonica del tema come un fatto naturale, subconscio. Proprio perciò la proposta di Coleman, che dal punto di vista strettamente formale non è sconvolgente, nell'ambito del jazz diventa eretica. Se si toglie una struttura base che cosa resta come termine di riferimento fra un improvvisatore e l'altro? Per Coleman resta solo la capacità di suonare insieme, di seguirsi l'un l'altro, di creare un clima. Nel 1960 Coleman riunisce un gruppo di musicisti in uno studio di incisione e fa incidere loro 38 minuti di musica totalmente improvvisata, senza nulla di preordinato. Il disco è intitolato « Free Jazz » in quanto il linguaggio degli improvvisatori è jazzistico, ma tutto il resto informale. Nasce così ufficialmente il free, che man mano si tinge delle connotazioni ideologiche di Archie Shepp, Cecyl Taylor e compagni. I miti del jazz cadono ad uno ad uno. Il primo a cadere è il feticismo per lo strumento. Coleman usa un sassofono di plastica, e poi si mette a suonare il violino e la tromba in maniera eterodossa. Dal rapporto personale con il proprio strumento si va verso il polistrumentismo. Dal sound costante come il timbro della propria voce si va verso la ricerca di suoni inediti, con strumenti acustici ed elettronici. Il free segna la fase di maggiore intellettualizzazione del jazz, il momento in cui il jazz raggiunge le posizioni dell'avanguardia europea. DISCHI: |
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Verso la fine degli anni '20 il jazz arriva in Europa, ed oltre ai favori del pubblico attira l'attenzione di musicisti classici come Casella e Ansermet. Nel 1934 nasce in Francia la critica jazzistica, grazie all'uscita di "Jazz Hot " di Hugues Panassiè, il primo libro sul jazz. Cominciano a venir fuori i primi musicisti europei, fra cui il chitarrista Django Reinhardt, che sarà considerato un maestro da tutti i chitarristi americani. Parecchi musicisti negri vengono in Europa, dapprima in tournée, poi per stabilirvisi, perché in Europa nessuno si preoccupa del colore della loro pelle. Basta ricordare fra essi Sidney Bechet, Coleman Hawkins, Benny Carter, Bill Coleman. Accanto a questi si formano notevoli musicisti europei, specialmente a Parigi e a Londra che resteranno a lungo due importanti centri jazzistici. Ma la vera diffusione del jazz avviene dopo la seconda guerra mondiale, dal '45 in poi. Il jazz si suona dovunque, dal Giappone all'Australia, e comincia ad essere studiato sempre più seriamente da critici specializzati, con libri, riviste, saggi e discografie. Oggi il jazz è definitivamente entrato nel costume attuale, ma resta ancora il problema se sia lecito, a chi non è negro e americano, suonare il jazz. E' una riserva mentale che si sente nell'aria tutte le volte in cui suonano musicisti americani e non, anche perché il pubblico europeo va ad assistere ai concerti di jazz con atteggiamento di snobismo culturale, nel senso che più che ascoltare la musica che gli viene proposta, a prescindere da chi la suoni, vuol vedere il negro che suona. e se al posto del negro si trova davanti a suonare un suo connazionale si sente defraudato, pensa di trovarsi di fronte a qualcosa di non originale. Ora, che la storia del jazz sia stata fatta principalmente dagli americani, che i bravi musicisti americani siano molto più numerosi dei bravi non americani, è un dato di fatto. Tuttavia se esistono fuori dell'America musicisti che rispondono ai nomi di Jean Luc Ponty o Gato Barbieri, ciò significa che in qualunque città del mondo si può suonare del jazz e si può suonarlo bene. Ciò significa inoltre che il jazz non è un fenomeno folkloristico, ma è un linguaggio internazionale che tutti possono comprendere e parlare. |
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E veniamo alla situazione del jazz in Italia. Da noi il jazz è arrivato altrettanto presto che negli altri paesi d'Europa, ma poi è stato proibito dal fascismo, ed è vissuto per vent'anni in totale clandestinità. Nell'immediato dopoguerra è esploso perché faceva parte della mania di americanizzazione degli italiani. Ma l'industria musicale (radio e dischi), invece di assecondare gli italiani nel processo di internazionalizzazione, ha voluto rilanciare la canzone all'italiana, che altro non era che la canzone napoletana, ormai corrotta e banalizzata, con parole in lingua italiana. Il jazz è stato ancora una volta messo da parte, e se qualcosa si è fatto lo si è dovuto all'entusiasmo disinteressato di singoli appassionati che hanno organizzato concerti, qualche cosa in radio, qualche locale. l centri jazzistici sono stati Milano, Bologna, e in second'ordine Torino e Roma. I nostri musicisti suonavano principalmente nei locali e nei club jazzistici, e ogni tanto arrivava qualche americano. Comunque il jazz non entrava nella cultura di massa, anzi il grosso pubblico reagiva con fastidio ad una etichetta che gli sembrava troppo intellettuale. Il pubblico del jazz era una ristretta minoranza di estrazione borghese. I musicisti nostri dovevano affrontare un mare di difficoltà, sia per lo studio dello strumento, sia per suonare. I musicisti francesi stanno tutti a Parigi, quelli inglesi stanno tutti a Londra,in Italia i musicisti vivono chi a Torino, chi a Milano, chi a Firenze, chi a Roma e chi a Palermo. E' possibile mettere assieme un bel gruppo solo se c'è lavoro, ma se il gruppo non esiste già è difficile trovare lavoro. La conseguenza è che nessuno può dedicarsi al jazz a tempo pieno, e invece il jazz è così esclusivo che richiede una dedizione continua e completa. Nonostante queste circostanze negative il jazz italiano non ha molto da invidiare a quello di altre nazioni europee. Ci sono buoni musicisti, c'è anche qualche talento che è riuscito ad esprimere una concezione musicale originale, sia nella composizione (Gaslini) che nello stile solistico (Nunzio Rotondo). Negli ultimi anni poi la situazione è nettamente migliorata, perché ci sono numerosi festival e concerti con i migliori musicisti del mondo, e perché si è verificato un consistente apporto di giovani, sia a livello di pubblico, sia a livello di musicisti. Oggi il jazz è accettato sia dagli istituti che gestiscono la cultura ufficiale e che finanziano gran parte dei concerti, sia dagli ambienti alternativi che presentano il jazz accanto al folk, al blues e al rock. Un fatto infine di estrema importanza è il risveglio della provincia. Fino a qualche anno fa tutta l'attività jazzistica si svolgeva in alcune città, ed era impensabile andare a fare un concerto in provincia. Oggi invece la provincia è pronta ad accogliere musicisti e gruppi italiani e stranieri. |
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II jazz è un vecchio di ottant'anni o un bambino di un secolo? II jazz ha avuto una evoluzione rapidissima, fino ad arrivare alla negazione di se stesso. Senza dubbio ha subito, anche se di riflesso, gli stimoli delle grandi avanguardie della cultura occidentale. Oggi si trova fatalmente ad una svolta, perché il concetto di avanguardia nell'arte occidentale è completamente superato (solo i musicisti rock, nella loro beata ingenuità, si qualificano ancora " di avanguardia"). D'altronde è in crisi propria il modello di sviluppo della società, l'idea che si debba fare sempre più e meglio. Oggi si comincia seriamente a pensare a problemi di comunicazione più che di innovazione, e c'è già chi immagina la cultura del prossimo futuro impostata su basi statiche più che dinamiche. Tuttavia il jazz che, come abbiamo visto, è il risultato della fusione fra elementi culturali bianchi e neri, ha dentro di sé una tendenza a rinnovarsi tipica dell'elemento bianco, e una tendenza a restare fedele a certi rituali, tipica dell'elemento nero. A ben guardare poi, quello che si è più rinnovato nel jazz è stata l'armonizzazione e la struttura formale dei pezzi perché ambedue questi elementi, partiti da una popolaresca semplicità, sono arrivati a livelli molto complessi e pressoché simili a quelli della musica dotta, o al puro informale di certe esperienze free. Il ritmo e la melodia invece subiscono evoluzioni molto più caute e sostanzialmente poco rilevanti. E' vero che il modo di suonare la batteria di Max Roach è tanto diverso da quello di Cozy Cole o di Gene Krupa, tuttavia Max Roach è più vicino a Cozy Cole di quanto non lo sia ai Percussionisti di Strasburgo o ad un virtuoso di tablas indiano. Così è per il modo di suonare una melodia e di trattarla dal punto di vista ritmico e timbrico: Ornette Coleman è molto diverso da Benny Carter o da Johnny Hodges, ma è ancora più vicino a loro di quanto non lo sia alla musica contemporanea europea. Dal punto di vista strutturale invece il free è molto più vicino alla musica aleatoria che non al blues, e dal punto di vista armonico il modalismo derivante da Davis e Coltrane è più vicino al modalismo per esempio di un La Monte Young piuttosto che all'armonizzazione di Fats Waller o di Clifford Brown. Ma i jazzisti si sono accorti anche che l'armonia e la struttura hanno importanza più che altro prima di suonare, la melodia e il ritmo invece sano importanti quando si suona. Poiché il jazz si realizza non tanto quando si stabilisce che cosa si vuole suonare, ma quando effettivamente si suona, per questo il più recente Miles Davis ha praticamente eliminato armonia e struttura formale, e si limita solo ad una combinazione di melodie poggiata su un solido ritmo, o meglio su una massiccia poliritmia; in sostanza perciò Davis, anziché allinearsi al progressismo sperimentale della musica dotta bianca e occidentale, torna alla musica negra e prejazzistica di Congo Square. Il jazz dunque anche nella sua evoluzione rispecchia la sua natura ibrida e bastarda. Di fronte all'immutabilità delle musiche folkloristiche ed etniche è un progressista, di fronte alle innovazioni della musica dotta è un conservatore, e ne accetta qualcuna con cautela, con diffidenza e quasi a malincuore. La stessa figura del jazzista si muove entro questa contraddizione, perché il jazzista esordisce con un modo di suonare diverso da quello dei suoi colleghi, e perciò nuovo, poi resta in genere fedele a questo suo modo di suonare, e diventa conservatore. Perché oggi il jazz si trova ad una svolta? Perché la sua evoluzione jazzistica è arrivata ad un limite oltre il quale il jazz stesso cessa di esistere. Questo limite e il silenzio, già proposto da John Cage in un suo concerto, e dall'Art Ensemble of Chicago che rappresenta tutti i gesti del suonare senza emettere suoni. Giunti a questo limite o si deve smettere di suonare e dedicarsi ad altre attività (insegnamento, politica, ecc.), oppure si deve rinunciare al concetto di evoluzione e di avanguardia e tornare indietro, per individuare gli elementi portanti della tradizione a cui si appartiene, per rianalizzarne meglio i significanti-significati e le possibilità comunicative. Mi sembra che quest'ultima sia la via che saggiamente mostrano di prendere i jazzisti dell'ultima ora. E questa non è reazione, non è oscurantismo, è piuttosto l'intuizione che l'idea di progresso ha ormai fatto il suo tempo. Il jazz evolutivo è perciò un vecchio di ottant'anni, che ha vissuto nel periodo più veloce dell'umanità e ne è stato inesorabilmente consumato. Il jazz come attività umana, come liberazione della propria creatività, come gioia di suonare tutti insieme, un bambino che non ha ancora compiuto il suo primo secolo; come il bambino nei primissimi anni di vita immagazzina una quantità di stimoli, di conoscenze, di eredità che svilupperà in tutto il resto della sua vita e che costituiranno la sua personalità, cosi il jazz nel primo secolo di vita ha immagazzinato informazioni che vanno sviluppate, e lo si potrà fare solo quando sarà superata la nostra isterica fretta consumistica. Il jazz puro (ammesso che sia mai esistito), comunque il jazz fedele ai suoi stili e alle sue caratteristiche, è un vecchio di ottant'anni, che vive dei suoi vecchi stili come dei bei ricordi, cimeli e album di fotografie. Il jazz bastardo, che col crescere è diventato ancora più bastardo e se ne va a braccetto con la musica leggera, col folk, col Kitsch, con l'orchestra sinfonica, col misticismo orientale, con gli eroici furori dell'impegno ideologico e politico, è un bambino di un secolo. E' il figlio naturale del secolo del Kitsch e della cultura di massa, ed ha tutta una vita avanti a sé, per accrescere e consolidare la sua bastarderia onde farne un venerabile blasone della cultura di domani. P.S. - Se c'è qualcuno che si è scandalizzato di fronte a questo mio discorso, voglio tranquillizzarlo con una precisazione. Il termine " bastardo ", che ho usato perché non ne avevo uno migliore, vuole avere una connotazione tutt'altro che spregiativa. Il figlio legittimo è figlio dell'anagrafe, il bastardo è figlio della natura. Il legittimo continua una discendenza o la conclude, il bastardo ne apre una nuova. Il legittimo ha una sola cultura e una sola tradizione, il bastardo è un crogiuolo in cui si fondono culture e tradizioni diverse. Tornando all'arte e alla cultura, ogni movimento culturale nuovo ha il suo punto di origine nell'ibrido: basta pensare ai Romani, la cui cultura è nata dalla fusione fra la tradizione greca e quella italica, e alla cultura europea medioevale e moderna, nata dalla fusione fra la tradizione latina e quella germanica. Oggi più che mai viviamo in un momento di confusione e combinazione di matrici diverse, e ogni tentativo di isolamento di una matrice unica, di restaurazione di una fantomatica purezza, è un'operazione grottesca e funesta, antistorica e assurda: basti pensare al nazismo! |
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Ci si può accostare al jazz dal vivo o attraverso i dischi. Per il jazz dal vivo non ci sono grossi problemi di scelta perché i programmi sono preparati dagli impresari e i concerti non sono molto frequenti, per cui è consigliabile andarli a sentire tutti, e cercare di mettersi in un posto ove sia possibile ascoltare e vedere, perché nel jazz non va trascurato il fattore visivo. Le difficoltà nascono per chi vuole farsi una discoteca jazzistica, perché come abbiamo già visto i grandi negozi di dischi hanno scaffali pieni di migliaia di album, e non si sa da che parte cominciare a fare le proprie scelte. C'è un modo naturale di farsi una discoteca, o se vogliamo di farsi una buona conoscenza del jazz attraverso i dischi, ed è quello di comprare i dischi ogni volta che se ne ha la possibilità; naturalmente occorre molto tempo e molta denaro, perché si beccheranno parecchi bidoni, cose inutili, di importanza secondaria. Ma proprio dal confronto fra i dischi scadenti e quelli buoni si forma il gusto e la conoscenza e man mano si diventa sempre più attenti e avvertiti. In media dopo sette, otto anni si comincia a capire qualcosa di jazz. Dopo aver fatto tutta questa fatica esce fuori un nuovo stile, e si ha l'impressione di non aver capito nulla, e si ricomincia da capo. Quasi tutti i musicisti e appassionati di dischi di jazz che io conosco hanno fatto così. Per evitare però tutto questo dispendio di tempo e di energie, si puo' partire da qualche ipotesi, per non muoversi nel buio più assoluto. Innanzitutto dobbiamo decidere se la nostra discoteca base dovrà essere di dieci dischi piuttosto che di cento. Se possiamo permetterci solo dieci dischi, ci conviene senz'altro comprare un'antologia. Ci sono diverse antologie che in una decina di album offrono un campionario di tutti gli stili del jazz, dal New Orleans al free. Se possiamo comprare cento dischi ci conviene leggerci un manuale di storia del jazz (p.es. Berendt, " Il libro del jazz ", 1973, Garzanti) e seguirne le indicazioni. Se possiamo comprare dischi man mano che abbiamo i soldi, ci conviene senz'altro partire dai dischi dei grandi maestri (più o meno quelli che ho messo in evidenza in questo servizio). C'è poi un modo tutto emotivo di farsi una discoteca, ed è di comprare solo ciò che ci piace. In genere questo sistema va combinato con l'ascolto diretto di concerti dal vivo. Se al concerto ci commuove e ci attrae Johnny Griffin, il giorno dopo corriamo al negozio e compriamo tutti i dischi di Griffin che troviamo, anche quelli meno recenti. Personalmente raccomando molto questo modo di acquistare i dischi perché anche se si arriverà molto tardi ad avere una visione organica del jazz, si sarà compresa tuttavia una delle sue caratteristiche fondamentali, il " feeling ". Inoltre se si arriva a conoscere con profondità un solo tipo di jazz, o al limite lo stile di un solo artista, è molto più facile, quando lo si voglia, comprendere tutti gli altri stili. Questo è il modo di accostarsi al jazz dei musicisti, che in genere eleggono un jazzista a loro modello e lo seguono passo passo, imparando i suoi assolo e cercando di riprodurli sul proprio strumento. E i musicisti in genere sono quelli che del jazz hanno capito di più. Mi sono accorto che ho parlato di quello che era il jazz fino a qualche anno fa, non di quello che è adesso. La differenza sostanziale mi pare questa. Finora il jazz era stato musica di feeling più che di cultura, più che impararlo bisognava capirlo, esserci dentro, e normalmente si stava dentro allo stile e al genere in cui si era cresciuti. Se eravate innamorati del bop non riuscivate nemmeno a sopportare il californiano o lo stile Chicago. Un musicista di stile moderno non poteva suonare con un musicista di stile tradizionale. Oggi non è più così. Il jazz viene assunto come dato culturale ed è possibile mescolare insieme stili diversi. A metà degli anni sessanta andavamo a sentire Coltrane che stava creando la sua musica, ed era il presente, mentre Buck Clayton era la storia, oggi tutto appartiene alla storia, e le proposte più recenti sono più che altro un ripensamento di tutto ciò che è stato. Oggi il jazz va riconsiderato nella sua storia, e costituisce un patrimonio culturale per la musica che sta per accadere. Se poi questa musica si chiamerà ancora jazz o no, non è molto rilevante, perché comunque il jazz ne sarà una matrice culturale determinante. Restando valido quanto ho detto sopra per comprendere il jazz in modo tradizionale, c'è ancora da dire qualcosa per accostarsi al jazz con atteggiamento moderno. Oggi dunque ci si può accostare al jazz con un metodo di ricerca precostituito. Si può decidere a priori se si vuole conoscerlo dal punto di vista sociologico, musicale, se si vuole isolarne l'elemento negro o quello bianco, e così via. Naturalmente la diversa metodologia potrà indirizzare la scelta dei dischi, perché per esempio un disco di Clark Terry e Oscar Peterson, formidabile dal punto di vista dello swing e della scioltezza strumentale, non è di nessun interesse per chi è attratto da contenuti ideologici. A chi infine volesse farne vera e propria materia di studio, consiglio di partire dal libro di Walter Mauro, " Jazz e universo negro ", Rizzoli, 1972, per la ricca e aggiornata bibliografia e discografia. |
| Tutto questo lo scrivevo trent'anni fa.
Tornandoci sopra oggi, mi accorgo che molte cose sono ancora valide, altre
sono ovviamente cambiate.
Il primo cambiamento nei protagonisti è che sono quasi tutti morti. Infatti, le uniche modifiche che ho apportato, sono state le relative date di morte. Rivedendo la lista dei protagonisti, forse ne cambierei qualcuno. Probabilmente metterei Kenton al posto di Herman, perché anche se a me piace di più Herman, Kenton è stato più importante in quanto è stato l'incubatore di tutta la musica West Coast. Magari al posto di Earl Hines metterei Art Tatum, anche se a me piace di più lo stile asciutto del primo invece delle pirotecnie del secondo. Oggi ci vorrebbe qualcuno di più moderno, come Keith Jarret, per esempio. Oggi non c'è più il pregiudizio che chi non è americano non possa suonare bene il jazz, perché c'è molta meno differenza di livello fra musicisti americani e non. Le città sono molto più grandi, e quindi ci sono più occasioni per suonare. Tuttavia non mi sembra che il jazz abbia una grande vitalità. Non è più una musica altra, underground, ma è perfettamente riconosciuta e integrata nella nostra società, al punto che una nota marca di birra ne ha fatto il leit motiv di una sua pluriennale campagna pubblicitaria. Mi sembra un genere di musica per intellettuali che non vogliono andare in discoteca. Penso che il jazz, come diceva Barry Ulanov, era la musica tipica della società industriale. Oggi che ci troviamo nella civiltà postindustriale, ha ancora senso o non è qualcosa di tradizionale, un po' come il flamenco o l'operetta? Quello che è profondamente cambiato è il mondo dei dischi. L'avvento del cd ha riproposto una quantità di dischi che noi conoscevamo solo con i 78 giri di qualche collezionista, e la qualità del remastering è talmente buona che oggi io ascolto i dischi di allora molto meglio di quanto non li abbia mai ascoltati allora. Inoltre i cd costano molto poco rispetto ai dischi dei nostri tempi. E ancora c'è il notevole fenomeno MP3 e Napster, dove si trova in rete praticamente tutto quello che si vuole. I dischi che io consigliavo erano il meglio della disponibilità di allora. Probabilmente molti di essi non si trovano più, o vanno cercati sotto altre compilation e riedizioni in cd. Un altro fenomeno interessante, dovuto alla multirazzialità verso cui stiamo andando nel nostro mondo sempre più intercomunicante, è la fusione fra generi di musica diversi che avviene negli ambienti urbani in cui si incontrano etnie e tradizioni diverse, come per esempio nei centri sociali. Probabilmente sta accadendo qualcosa di simile a quanto avvenne a New Orleans nell'800. E da qui forse verranno le novità, non dal jazz "tradizionale". Proporre allora il jazz come "bastardo", come frutto di contaminazione culturale e razziale, era piuttosto dirompente perché si stava molto attenti alla "purezza" del jazz, alla sua autenticità. C'era chi sosteneva che dallo swing degli anni trenta in poi non si poteva parlare più di jazz, chi diceva che i bianchi non erano autorizzati a suonare jazz (Leroi Jones a Brubeck: "ora che ti sei fatto i soldi con la nostra musica, perché non assumi un buon pianista negro e non lo fai suonare al posto tuo?"), e quando io scrissi su Musica Jazz che il jazz poteva aprirsi al mondo del rock me ne dissero di tutti i colori, arrivando fino a minacce personali, sempre in omaggio ad una presunta autenticità del jazz. Dopo tutto quello che è successo (fusion, new age music, acid jazz, etno-world music) nessuno oggi si sentirebbe di parlare di autenticità o purezza del jazz. Penso tuttavia che riproporre oggi la contaminazione culturale e razziale come valore sia interessante per contrastare le tentazioni razzistiche che scorrono qua e là come lingue di fuoco troppo inquietanti per sottovalutarle. Quindi ho riproposto quanto scrivevo allora non per narcisismo, ma come contributo attuale all'accettazione intelligente e serena del diverso e del mutante. Giugno 2001 |