Umberto Santucci                       scarica il testo

Arte nel Mezzogiorno, Editalia, 1966

Capitolo introduttivo sul paesaggio.

Il Paesaggio

Che cos'è

Quanto vale

I nemici

La tutela

Critica e storia

L'Italia meridionale e insulare

 

Che cos'è

Se si pensa ad un paesaggio viene subito in mente una veduta panoramica, l'immagine di insieme che si può abbracciare con lo sguardo da un determinato punto di vista. Se si richiama alla memoria una certa quantità di immagini, ci si accorge di affinità a diversità, e si sente il bisogno di raggruppare le immagini in varie categorie.Un esempio notissimo di immagine paesistica è la veduta del Vesuvio dal Vomero, col famoso pino. Una categoria altrettanto nota è il "paesaggio dolomitico", formato da un insieme di varie vedute aventi alcuni caratteri comini: l'abbeveratoio o il Crocifisso di legno in primo piano, il prato, il bosco di larici, le rocce chiare delle erte pareto. Se ci si chiede di pensare ad una particolare veduta, per esempio alla spiaggia di Serapo, ci viene spontaneo di immaginare il litorale sabbioso affollato da variopinti bagnanti, pieno di vitalità chiassosa e confusa; ma poi affiora il ricordo dello stesso litorale sul finire dell'inverno, malinconico e deserto sotto la sferza del vento che gonfia livide ondate e alza nugoli di sabbia. Ecco perciò che lo stesso paesaggio può cambiare continuamente, a seconda delle ore del giorno, del variare delle stagioni, del passare degli anni. Tuttavia al di sotto di questi cambiamenti esistono strutture che mutano non nel corso di un'ora o di una stagione, ma di millenni. Questo è il paesaggio geografico, composto dalla struttura geologica dei terreni, dalla vegetazione, dai monti e dai fiumi. Il paesaggio che noi consideriamo come tale non è però limitato ai mutamenti provocati nel tempo dalla natura stessa. In questo caso coinciderebbe con il passaggio geografico. Il nostro paesaggio è un pezzo più o meno grande di natura profondamente, anche se in misura diversa, trasformata dall'uomo. Specialmente in Italia, dove l'uomo è presente da molti millenni, il paesaggio è tutto umanizzato, storicizzato. E poiché l'uomo, operando sulla natura, le imprime una certa forma, conferisce al paesaggio un carattere di artisticità, un'idea di contemplazione unita con quella di funzione. L'uomo, operando di fronte alla natura, ha sempre cercato di unire l'utile al dilettevole. Se il paesaggio è il risultato della fusione fra materia e forma, è un'opera d'arte. Vedendo il Faraglioni di Capri o le Scogliere di Carloforte in Sardegna viene spontaneo l'impulso di ammirare l' "arte" della natura che ha saputo costruire simili bellezze. Di fronte ad un paesino arrampicato su una collina, con le case incastrate l'una nell'altra, e le strade che salgono a cordonate verso il castello posto sulla cima, istintivamente, si ammira l'arte degli anonimi costruttori che hanno creato quegli scorci, quei sottopassaggi, quelle piazzette così caratteristiche. Ma il paesino è fatto con il calcare offerto dalla stessa montagna su cui è stato costruito; e le porte e le finestre ripetono nel loro aspetto i motivi del castello o della chiesa. In un paesaggio c'è una stessa forma che circola fra gli elementi naturali (il terreno, i rilievi), l'opera d'arte vera e propria (il Castello) e tutti gli altri elementi che si sovrappongono all'aspetto naturale modificandolo (le case, i giardini, le strade, i ponti, le coltivazioni). Il paesaggio perciò è più e meno di un'opera d'arte. E' meno, perché non ha quella pregnanza di contenuti spirituali, quella coerenza di forme che hanno un quadro, una statua, una chiesa.E' più, perché comprende tutto l'insieme degli elementi che, pur non facendo parte dell'opera d'arte in senso stretto, la condizionano e ne sono condizionati. Una chiesa con le casette vicine, con gli alberi, lo sfondo di montagne, i campi coltivati appartengono tutti insieme ad uno stesso organismo, e sono tutti pervasi dallo stesso spirito di artisticità. In questo senso si può affermare che il paesaggio è "artisticità diffusa" in uno stesso ambiente naturale ed umano. E così passiamo dal concetto di veduta a quello di ambiente. La veduta implica un punto di vista determinato, si presenta a chi guarda come la scena di un teatro, è legata perciò ad una concezione spaziale di tipo rinascimentale, prospettico. Ma se invece di porci in un unico punto immaginiamo di vivere dentro un certo paesaggio, se guardiamo il paese camminando per le sue vie tortuose avvolgendoci di case, archi, alberi in un susseguirsi continuo di punti di vista, o assistiamo allo snodarsi continuo di campagne e colline mentre stiamo viaggiando in treno o in automobile, la veduta cede il campo ad una entità globale, l'ambiente. Il paesaggio non viene percepito solo con la vista, ma anche con altri sensi. Un paesaggio provoca sensazioni acustiche con i suoni e i rumori di acque, di fronde, di greggi al pascolo; sensazioni tattili di caldo, di freddo, di vento; infine odori di fiori, di boschi, di terra bagnata dalla pioggia recente. Tutti questi elementi concorrono a formare in noi l'immagine reale di un certo paesaggio; senza alcuni di essi l'immagine resta incompleta, tant'è vero che in un paesaggio veduto al cinema le sensazioni reali mancanti vengono sostituite da una musica di sottofondo, detta in linguaggio corrente "di atmosfera".

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Quanto vale

Il paesaggio, in quanto "artisticità diffusa", ha un evidente valore culturale perché rappresenta il necessario sostrato di manifestazioni artistiche vere e proprie. Le tradizioni artigiane, legate quasi sempre a precise condizioni naturali e ambientali, costituiscono un humus molto fertile per la futura pianta dell'artista. Pensiamo agli spaccapietre di Settignano, di cui già il Boccaccio ci testimonia l'attività nel far macine (Decameron, VIII, 3). Da questi umili scalpellini che si tramandavano da secoli l'arte di lavorare la pietra locale, nacque ad un certo punto Desiderio, il delicato allievo di Donatello. Dall'altro invece è l'opera d'arte a diffondersi nell'ambiente circostante: questo fenomeno è riscontrabile specialmente nelle forme architettoniche di quasi tutti i paesi dell'Italia Meridionale: l'architetto, spesso venuto da fuori per costruire la chiesa o il castello, lascia in quel monumento invenzioni e soluzioni formali che vengono per secoli imitate, rimpicciolite, variate per adattarle alle minori pretese delle case di abitazione, costruite in genere senza un progetto ben preciso, ma in base all'esperienza artigiana dei capomastri e alle esigenze del luogo, tenendo sempre d'occhio il monumento principale che troneggia in cima al paese. Il paesaggio ha un ben preciso valore culturale, perché permette di ricostruire nel migliore dei modi l'essenza e la vita dei monumenti d'arte. Ma una costa pittoresca, un bosco, un particolare complesso urbanistico, esercitano anche un'attività su di noi, ci piacciono tanto da spingerci ad uscire dalla nostra casa, dalla nostra città per recarci ad ammirarli. Per questa sua forza di richiamo il paesaggio ha un valore turistico. Il turista porta nei luoghi in cui si reca denaro, movimento, benessere. Perciò il paesaggio ha un valore anche economico, perché rappresenta la materia prima del turismo concepito come industria, di quella che infatti si chiama "industria del forestiero. Ma oltre al valore culturale e pratico il paesaggio ne ha anche uno psicologico. La maggior parte degli individui oggi vive inurbata in piccoli, medi o grossi centri. La vita quotidiana, dalle proprie dimore ai luoghi di lavoro e di svago si svolge in un ambiente completamente "murato" fra pareti di cemento e pavimenti di asfalto. Ognuno di noi, anche se non se ne rende conto, risente della perdita degli ambienti naturali, degli alberi, dei prati, dei cieli. Al verde che, come tutti sanno, riposa la vista e distende i nervi, si è sostituito il grigiastro della città, rotto dai colori urlanti e violenti delle luci al neon, dei manifesti, dei segnali. L'uomo che non vive più in un habitat adeguato, ne risente con psicosi di frustrazione, di ansia, di stati depressi e ipertesi, tipici del nostro tempo. Il paesaggio naturale, e gli elementi artificiali inseriti armonicamente in esso, senza turbarne l'omogeneità, rappresentano perciò una valvola di scarico necessaria, un elemento insostituibili di compensazione psichica. Non per nulla alle persone affette da esaurimento nervoso, oggi così numerose, si consiglia di andare in campagna o sui monti, e di fare passeggiate all'aria aperta, per ritrovare così un equilibrio perduto. Il paesaggio in tal modo cessa di essere qualcosa di puramente decorativo e voluttuario, per diventare un vero e proprio patrimonio. Il concetto di "patrimonio" si va sostituendo anche nella terminologia a quello di paesaggio, perché ora si preferisce comprendere i valori paesistici e ambientali col nome di "patrimonio storico, artistico, culturale, naturale".

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I nemici

Ma questo patrimonio è in pericolo. L'Italia ne era ricchissima, e meritava la qualifica di "giardino d'Europa". Ma ora il "giardino" sta rimanendo senza alberi. Vedremo più oltre come immense foreste sono state distrutte, come i luoghi più belli siano già stati rovinati, o siano minacciati da incombenti deturpazioni. Ora cerchiamo di individuare quali sono le cause che determinano la distruzione pressoché sistematica delle zone di elevato interesse paesistico. Alla base di tutto c'è l'enorme aumento della popolazione che, specialmente in Italia meridionale, assume aspetti preoccupanti per la mancanza assoluta di una pianificazione demografica da parte delle classi dirigenti, e per l'ignoranza e la scarsissima educazione delle masse. Naturalmente la discussione del problema demografico esula del tutto dai limiti di questo lavoro, e non si vuole neanche toccare il delicatissimo argomento. Basta solo constatare che, in tutto il Mezzogiorno, una coppia di coniugi con un reddito annuo bassissimo e con otto, dieci, quindici figli è un caso che rappresenta più la regola che l'eccezione. Spesso il capo-famiglia è un salariato o un bracciante semianalfabeta, ha quindi scarsissime o inesistenti possibilità di incrementare il suo guadagno regolare, vive in una casa di una o due stanze, e con tutto ciò seguita a far figli l'uno dopo l'altro. L'aumento della popolazione avviene perciò con una progressione assai più che geometrica. Le città e le campagne si vanno sempre più congestionando. I centri di collina, come vedremo più oltre, attualmente sono in declino perché la popolazione scende nella pianure dove la vita è più agevole, o si concentra nelle città o nei suburbi. Ma, come prevede Roberto Pane, che da anni va agitando con passione tutti questi problemi, fra non molto gli abbandonati centri di altura e di pendio saranno nuovamente abitati dalla popolazione che sarà ricacciata da valli e città giunte alla saturazione. L'aumento della popolazione porta con sé lo sviluppo dell'edilizia, dell'industria delle comunicazioni specialmente stradali, e di tutte le altre opere necessarie al funzionamento dei nuovi centri e dei nuovi quartieri. Il cemento armata viene ormai usato indifferentemente in qualsiasi luogo o per qualsiasi tipo di costruzione, dal garage alla chiesa, dalla cisterna alla strada. Col cemento armato è possibile alzare enormi edifici in brevissimo tempo. Queste caratteristiche, senza dubbio positive, del nuovo procedimento di costruzione, diventano negative quando vengono sfruttate dalla speculazione privata. Questo è il grande nemico del nostro patrimonio storico-naturale. L'aumento dell'altezza degli edifici riduce sensibilmente il costo delle aree fabbricabili e dei cantieri. Le selve allucinanti di grattacieli americani sono nate da questa considerazione. La mostruosità di simili agglomerati,dal punto di vista urbanistico e in genere umano, è stata dipinta da Lewis Mumford. Ma nel nostro bel paese la voce dello studioso americano non è giunta, perché, specialmente nei centri dei vecchi paesi, spuntano i grattacieli a rompere un'armonia creata dai secoli. La speculazione privata si è impadronita di parchi nazionali, coste, giardini pubblici, ha sottratto cioè a tutti noi zone che ci appartenevano, e che ha ripartito fra pochi proprietari. Ha trasformato, tanto per fare un esempio d'altronde lippis et tonsoribus, tutta la zona di Posillipo in un anonimo e affollato quartiere di periferia, per non parlare dei mille e mille casi che vengono continuamente segnalati sul bollettino dell'Associazione "Italia Nostra". Allo sviluppo demografico, al cemento armato, alla speculazione si aggiungono le conseguenze del benessere. Il turista-tipo di oggi vuole raggiungere i siti di particolare interesse artistico e ambientale senza rinunciare alle comodità alle quali è abituato. Innanzi tutto non vuole camminare. Vuole arrivare dappertutto in automobile. Perfino sulle coste più impervie corrono strade "panoramiche" con parcheggi e piazzole di sosta nei punti più belli. Le macchine si affollano intorno ai monumenti, chiudendoli in una morsa di lamiere lucide. Il turista poi ha bisogno continuamente di mangiare, ristorarsi con bibite, scrivere cartoline, ascoltare le canzoni di successo o la radiocronaca della partita di calcio. Con il soddisfacimento di tutti questi bisogni, nella maggior parte dei casi superflui, finisce col perdere di vista lo scopo principale della sua gita, il godimento tutto spirituale delle bellezze intrinseche del luogo, unito alla particolare distensione fisica di un'atmosfera non contaminata. Ma naturalmente tutto ciò rende necessaria la creazione di complesse infrastrutture: autostrade, parcheggi, ristoranti, bar, dancing, che finiscono per rappresentare essi stessi un'attrattiva pseudoturistica, sostituendosi al monumento o al paesaggio in funzione del quale sono nati, veri e propri mezzi che con invadenza prendono il posto dei fini.

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La tutela

Contro i nemici bisogna difendersi. Una volta avvertito il pericolo e individuatene le cause, non resta che correre ai ripari. Così nasce il concetto della tutela del patrimonio storico-culturale, che bisogna difendere perché non ha la forza di difendersi da sé. Innanzitutto bisogna stabilire che cosa vale la pena di difendere, poi in che modo va attuato il programma di difesa. In ambedue i punti i pareri sono controversi. Il concetto stesso di patrimonio storico, artistico, culturale, naturale dà un'idea della complessa e sfaccettata fisionomia dell'oggetto da difendere. Vi possono essere compresi gli elementi più disparati, da particolari fenomeni geografici e geologici (fenomeni pseudovulcanici, carsici, ecc.), ad ambienti ancora capaci di testimoniare vicende e aspetti storici, ad opere d'arte, a forme di architettura singolari (i trulli delle Murge), ad aspetti della natura particolarmente piacevoli, vari e armoniosi (i faraglioni di Capri). Del modo con cui tutelare tale patrimonio si occupano enti pubblici e sodalizi appositamente costituiti. Nel Ministero della Pubblica Istruzione c'è un ufficio destinato a questo scopo precipuo; un organismo nazionale dedicato unicamente alla tutela del patrimonio storico, artistico e naturale è l'Associazione "Italia Nostra", che ormai da parecchi anni sta combattendo una battaglia piena di impegno anche se non sempre coronata dal successo. La Carta del Restauro, di cui si è parlato, considera la tutela dell'ambiente come una forma di restauro, dove al monumento o alla singola opera d'arte si sostituisce tutta una zona provvista di una certa artisticità. In questo senso il concetto di tutela deve entrare di diritto nei piani regolatori, nelle sistemazioni urbanistiche, nella progettazione e realizzazione di opere pubbliche, nel restauro monumentale e architettonico. II mezzo più efficace per rendere possibile la difesa dei valori ambientali, anzi, praticamente, l'unico di cui si disponga, e il vincolo delle aree ritenute patrimonio pubblico. Una legge apposita ha sancito 1'applicazione dei vincoli paesistici, che consistono nel divieto di costruire edifici che pos-sano snaturare e deturpare la zona vincolata. La legge 6 del 1939, ma è inadeguata allo stato delle cose: per esempio, non prevede un riconoscimento economico della situazione di vincolo, perché nel caso che la zona vincolata sia di proprietà privata, le spese di manutenzione gravano tutte sul proprietario, senza concedergli nessun aiuto (questo è il caso, notissimo, di molte ville venete); il vincolo copre le aree, ma non il loro ambiente, e ciò facilita incertezze, approssimazioni ed abusi. L'imposizione dei vincoli avviene per mezzo di Commissioni Provinciali, che spesso sono più sensi-bili ad interessi di categoria che agli interessi collettivi: i membri che compongono le commissioni sono spesso legati alle mire particolari di aziende private, e di conseguenza sono disposti a "chiudere un occhio " su certi abusi. All'insufficienza della legislazione si affianca la scarsa efficienza dei poteri esecutivi delle Soprintendenze alle Antichità e Belle Arti, che dovrebbero far rispettare i vincoli. Le imprese private, e a volte gli stessi organi comunali, esautorano le Soprintendenze creando il fatto compiuto; spesso e volentieri le demolizioni di antichi edifici, 1'abbattimento di alberi, la costruzione di nuovi corpi edilizi, vengono fatti di notte, per creare una situazione irreparabile, eludere i controlli, impedire ogni azione di salvaguardia. L'opinione pubblica infine non è per nulla sensibilizzata al problema: la tutela viene fraintesa dal senso comune, che vede in essa non 1'intento di conservare un patrimonio di eccezionale valore, ma soltanto un atteggiamento retrivo, oscurantista, ignaro delle esigenze della vita attuale, e volto con polverosa nostalgia ad imbalsamare un passato morto, invece di seppellirlo senza rimpianti. Il problema si presenta in tutta chiarezza, e consiste nel conciliare interessi opposti. L'industrializzazione, 1'incremento edilizio, il progresso economico e sociale devono seguire la loro strada, e non hanno il tempo di soffermarsi di fronte al paesaggio e di prenderlo in considerazione. Ma la contraddizione dei termini e solo apparente. In realtà due cose stanno alla base sia dell'atteggiamento utilitario sia di quello culturale, e sono il valore economico e la felicità. Queste sono le due molle che spingono tutta la società attuale, e in esse avviene la coincidentia oppositorum. Se un grattacielo, o un grosso albergo, devono rappre-sentare un notevole valore economico e una fonte di benessere, di comodità, con i loro ascensori, 1'aria condizionata, 1'acqua calda, ecc., un ambiente di alto interesse paesistico, per esempio la baia di Taormina, rappresenta un valore economico per la sua forza di richiamo turistico, ed è fonte naturale di benessere per 1'aria pura, la gioia dei colori, 1'acqua limpida del mare tra gli scogli. L'importante quindi è aggiungere economia a economia, benessere a benessere, in modo da avere valori ancor più cospicui e completi, e non distruggere un valore economico a favore di un altro, un tipo di benessere al posto di un altro. Anche perché il valore del bel paesaggio, e il benessere che si prova a bagnarsi nel mare pulito, sono molto più duraturi, mentre un edificio moderno diventa subito sorpassato (pensiamo all'invecchiato e svalutato " stile novecento ") e così il benessere legato ad un certo periodo (nessuno più oggi monterebbe nella sua casa un bagno o un impianto di riscaldamento di trent'anni fa). La realtà vivente, così mutevole e caduca, deve legarsi col passato ormai stabile nei suoi aspetti fondamentali, per acquistare essa stessa un valore più vero, una qualche possibilità di conservare nel futuro tracce notevoli e sempre giovanili. Il problema si può avviare verso qualche possibilità di soluzione se, come ha scritto il Prof. Pane, la stessa tutela non si concepisce in senso restrittivo, negativo, limitandosi cioè solo all'imposizione di vincoli, bensì se diventa un necessario presupposto all'operare. In altre parole 1'attività tutelatrice non deve mirare a paralizzare il naturale sviluppo della vita attuale. Considerando però che i centri urbani si allargano in forma rapida e caotica, come una macchia d'olio, mentre i piani regolatori mancano o sono inattuali o sono in fase di studio, e considerando che se un rapido sviluppo edilizio non avviene in funzione di un piano urbanistico provoca squilibri nella vita quotidiana di chi abita nella zona, si vede bene come il paesaggio, 1'urbanistica e 1'architettura si fondano nel concetto di tutela, come questo concetto debba servire di guida per inserire 1'opera architettonica in un tessuto urbanistico, ed un complesso urbanistico in un più vasto ambiente. Bisogna distinguere nettamente 1'architettura dall'edilizia. Mentre la prima appartiene alle " arti liberali " ed ha come fine la creazione di un'opera d'arte per mezzo di spazi, masse, strutture e materiali, la seconda appartiene all'industria ed ha come fine la produzione di una unità di abitazione riducendo al massimo i costi e tenendo alti i guadagni. L'architettura nuova può benissimo affiancarsi ai monumenti del passato o inserirsi in un paesaggio di particolare bellezza; abbiamo già visto come si crea questo dialogo nel S. Domenico di Cagliari, e peraltro e a tutti noto il perfetto inserimento nel paesaggio di molte costruzioni di F. L. Wright. L'edilizia invece andrebbe tenuta lontana dai centri storici, dai paesaggi, da tutto ciò che appartiene al patrimonio storico-naturale, e dovrebbe svilupparsi in zone neutre, che oltretutto si presterebbero molto meglio alle nuove esigenze di viabilità e di altri servizi. In sostanza cioè nessuno di noi è contrario al supermercato, solo siamo contrari al fatto che il supermercato debba essere messo proprio nella Galleria degli Uffizi. Addensare grattacieli e distributori di benzina nei centri storici delle nostre belle e antiche città, è esattamente la stessa cosa che mettere un banco di ortaggi in sacchetti di plastica e di detersivi da cucina sotto la "Nascita di Venere" del Botticelli. Quando le condizioni naturali non lasciano altro posto per 1'espansione edilizia, si dovrebbe limitare 1'altezza degli edifici vicini ai centri, ed evitare che i loro intonaci assumano tinte vistose o comunque non armonizzate con 1'intonazione cromatica generale. Infine, quando è possibile, si dovrebbero adattare la materia e le forme al luogo in cui si costruisce, perché 1'ambiente è disturbato soprattutto da materie e forme estranee e indifferenziate. L'architettura antica, sia aulica che popolare, sfruttava le risorse locali, a cui adattava le forme stesse; gli edifici assumevano una propria personalità, a seconda che fossero fatti di granito o di tufo, di calcare o arenaria. Ora invece lo stesso materiale e le stesse forme sono usati sia a Milano che a Palermo, sia a Mola di Bari che a Tokyo.

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Critica e storia

La considerazione del paesaggio come oggetto di interesse storico-artistico e perciò come argomento di indagine scientifica, storica, critica, è abbastanza recente, e corrisponde all'interesse degli studiosi per le cosiddette arti minori. Ma che cos'è il paesaggio? In che senso e fino a quale limite, è legittimo considerarlo opera d'arte? E' possibile una critica estetica del paesaggio? Tutte queste domande si riducono a una: il paesaggio è un "oggetto estetico" come un quadro, una statua, un brano poetico? A prima vista sembrerebbe di no, perché mentre un quadro è inventato e realizzato dall'uomo, il fiume che scorre in una gola, saltando fra massi e cespugli, esiste e si presenta in quel modo a prescindere dal-1'operare umano. In realtà invece un paesaggio è fatto dall'uomo, come i quadri e le statue, anche se con una tecnica diversa; è possibile addirittura studiarne la datazione e 1'attribuzione. Alessandro Humboldt, nella seconda metà del XIX secolo, ha lasciato la prima opera sistema-tica di teoria e storia del paesaggio, ed ha "creato", o se vogliamo ha scoperto come oggetti estetici i paesaggi di steppe e deserti. L'esempio è particolarmente evidente, perché nessun aspetto della natura è cosi monotono e poco pittoresco come le steppe e i deserti; ma 1'osservatore artisticamente dotato li ha visti con un altro occhio, ne ha scoperto la bellezza particolare, diversa da quella delle montagne e delle coste rocciose, li ha costituiti come oggetto estetico. Un paesaggio naturale è talmente fatto dall'uomo che, dopo essere stato scoperto e aver avuto la massima fortuna, si consuma e decade. Agli inizi del '700, per esempio, nasce come oggetto este-tico il paesaggio alpestre, e viene celebrato da scrittori e poeti, fra cui Rousseau, Goethe, Byron, Manzoni. La regione alpina è considerata come una raccolta di opere d'arte, create però non dalla natura, ma dal gusto settecentesco. Essa è conservata e messa in mostra come in un museo, per mezzo di itinerari e belvederi che indicano al turista come deve vedere le montagne. Il paesaggio, dopo aver raggiunto la sua massima fama, mostra una certa usura: della zona alpina, già alla fine dell'800, fa una satira il Daudet col "Tartarino sulle Alpi". Ma il paesaggio scoperto da viaggiatori e scrittori e poi decaduto e consumato (come la veduta del golfo di Napoli, con il pino e il Vesuvio, presa ad esempio anche dal Croce) non rientra nell'oblio e nell'incoscienza della natura; resta invece come monumento storico-estetico, come testimonianza di una cultura, insieme con i quadri, le statue, i poemi. Va conservato, perché ci aiuta a formulare un giudizio globale sulla società e la cultura in cui esso si è formato, e una documentazione insostituibile del "gusto" di un'epoca. Va studiato storicamente, per collocarlo nel punto giusto; dalla critica nasce così la storia del paesaggio. L'Italia era densamente popolata fin dall'antichità. Per trovare un paesaggio allo stato naturale puro bisogna andare in cima alle montagne più inaccessibili, o in fondo al mare. Le modificazioni operate per più di tremila anni da chi è vissuto in Italia o è venuto a conquistarla, hanno profon-damente influito sugli aspetti naturali e hanno dato luogo ad un paesaggio del tutto storico, umanizzato. Quando perciò ci mettiamo di fronte ad un paesaggio, ci si mostra soprattutto 1'opera del-1'uomo che, lenta e ininterrotta, si è sovrapposta in strati successivi sull'ambiente naturale. Guardando tra le maglie dell'ultimo strato, quello attuale, dobbiamo cercare di individuare quello che resta degli strati precedenti. Gli strati infatti sono come reti a trama disuguale, in alcuni punti molto fitta, in altri addirittura diradata da grossi buchi. Se la trama è fittissima non ci lascia vedere nulla attraverso di essa, se invece è molto lenta ci appare con chiarezza quello che c'è sotto. Ecco venir fuori il concetto di "persistenza", che si oppone alla stratificazione. Quello che uno strato ineguale non copre, o lascia intravvedere in trasparenza, è ciò che persiste degli strati precedenti. Come qualsiasi tipo di storia, anche la storia del paesaggio si fa sui monumenti e sulle fonti. I monumenti sono appunto le persistenze di strati precedenti, tutti gli elementi che permettono di ricostruire un aspetto passato; le fonti invece possono essere documentarie e critiche. Sono fonti documentarie i vecchi rilevamenti topografici e cartografici, le descrizioni fatte da viaggiatori, le parti storiche dei piani regolatori, gli antichi disegni, insomma tutti quegli elementi che possono essere utili alla "filologia" della ricostruzione paesistica. Le testimonianze critiche servono invece alla "filosofia" del paesaggio, e sono utili a ricostruire il gusto paesistico di un dato momento. Una siffatta critica si esprime in termini letterari, ed è reperibile nei giudizi, nelle descrizioni, nelle celebrazioni di ambienti che si trovano frequentemente nelle opere di scrittori e poeti, e che vanno intesi come valutazioni estetiche del paesaggio descritto. Poi c'è una critica attiva, che si realizza per esempio, disponendo un edificio in funzione di un certo paesaggio, come per sottolineare il paesaggio stesso e per proporne una determinata lettura: è questo il caso del Palazzo Piccolomini a Pienza, dove la loggia è fatta per ammirare 1'ampia veduta della Valdorcia. Oppure la critica in azione opera direttamente sulla natura, trasformandola in forma specifica e unitaria. Questo accade specialmente col giardinaggio, dove la natura è costretta ad imitare le costruzioni razionali del pensiero umano, nel giardino all'italiana, o deve addirittura imitare se stessa, nel giardino all'inglese. A che serve la storia del paesaggio? Senza dubbio serve a completare la comprensione storica di fatti di vario genere, avvenuti in un certo tempo e in un certo luogo. La ricostruzione storico-critica di un certo ambiente può aiutare a comprendere per esempio un'antica battaglia, o il reale significato estetico di un monumento architettonico di altri tempi. Ma la metodologia di un simile studio non è ancora ben precisata. Un paesaggio può essere stu-diato sotto il profilo della geologia o della geografia, dell'economia o della sociologia, dell'urbanistica o dell'architettura. Proprio questa è la difficoltà, perché si tratta di organizzare in base ad un certo metodo un materiale vastissimo interpretabile nei modi più svariati. Finora ci si occupa del paesaggio più che altro in relazione con la tutela, mentre non gli sono state ancora dedicate vere e proprie opere di carattere storico e critico. La sistematica comprensione storica delle forme del paesaggio avrebbe anche un valore pedagogico, perché servirebbe a creare nei cittadini una vera e propria coscienza paesistica, che per ora manca a larghi strati della nostra comunità, e quindi concorrerebbe a determinare 1'esigenza di stabilire un rapporto vivo e operante con 1'ambiente in cui si vive. Servirebbe inoltre come necessaria base culturale alla cosidetta Landscape Architecture, all'arte cioè di ordinare esteticamente le aree paesistiche che vengono via via trasformate dall'insediamento e dall'attività umana. Nel fare umano, anche il più utilitario, è implicita una certa dose di esteticità; questo fare perciò deve essere esteticamente controllato. Al giorno d'oggi si tende a separare il momento economico da quello estetico; a ciò si deve la crisi dei valori ambientali, che ha come conseguenza generale il senso di frustrazione che deriva dalla inconsapevole o deliberata sopraffazione dell'utile ai danni del bello, e come conseguenza particolare la recessione recentemente riscontrata dell'afflusso turistico in Italia. La Landscape Architecture deve perciò intervenire, servendosi degli stessi mezzi dell'attività economica, per esplicare la sua attività estetica, con la stessa funzione dell' Industrial Design nei confronti della produzione di serie. Ciò è possibile, ed avviene in molti paesi stranieri, assai più sensibili di noi al problema di ottenere un vantaggio pratico senza rinunciare ai valori estetici.

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L'Italia meridionale e insulare

Le scarse disponibilità economiche del Mezzogiorno d'Italia hanno ritardato lo sviluppo industriale che ha profondamente trasformato il paesaggio urbano e rurale nelle altre parti d'Italia. Ma da qualche anno si sta verificando un notevole risveglio, grazie soprattutto alla Cassa per il Mezzogiorno che fornisce i fondi necessari alle complesse opere pubbliche con cui potrà realizzarsi la rinascita industriale dell'Italia meridionale. Il paesaggio presenta ancora molti aspetti tradizionali, ai quali si vengono man mano affiancando le strutture più moderne. Si trova perciò in piena crisi di sviluppo. Questo è uno dei principali motivi di interesse per chi si occupa delle persistenze storiche e della facies attuale del nostro paesaggio meridionale. Per analizzare tutti gli aspetti geografici e storici delle regioni da Roma in giù ci vorrebbero parecchi volumi, e molte belle opere sono state già scritte sull'argomento. In questa sede, per non appesantire troppo i testi e per non togliere spazio alle fotografie, che di per se forniscono la più efficace descrizione, ci limiteremo a scorrere ciascuna regione nel suo insieme con una ricognizione panoramica mettendo di tanto in tanto in primo piano alcuni casi di più spiccato interesse, e aggiungendo a commento delle fotografie altre eventuali notizie e considerazioni.

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Commento del 2001: allora non supponevo che il peggio sarebbe venuto dopo!