Autoinganno, pericolo reale e pericolo percepito

donna con occhiali mediaticiCiò che ci fa più paura è veramente ciò che per noi è più pericoloso? O non corriamo il rischio di spaventarci troppo per alcune cose e di sottovalutarne altre? L’autoinganno è il modo in cui ognuno percepisce le cose dal suo punto di vista, filtrato dai media vecchi e nuovi. Come gestirlo?

La statistica raccoglie dati e li elabora in modo da darci rappresentazioni attendibili del peso quantitativo di fenomeni, tendenze, comportamenti. Tuttavia ognuno di noi percepisce la realtà a modo suo, spesso in modo lontanissimo dai dati oggettivi. E’ la forza dell’autoinganno, amplificata dalla manipolazione persuasoria dei media che filtrano notizie ed opinioni. Come difendersi? Cercando di immaginare cose diverse da quelle che riteniamo vere e indiscutibili.

Un grafico a bolle che gira per i social network mostra la differenza fra i dati statistici relativi a temi minacciosi, e la valutazione del peso che ad essi dà l’opinione comune. (Credit: bit.ly/1UrkPCM)

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Una linea tratteggiata divide il campo in due porzioni. Nella parte superiore vediamo le bolle relative a pericoli percepiti, nella parte inferiore le bolle dei pericoli realmente rilevati.

I valori delle bolle superiori sono ricavati dal sentire comune, dalla presenza sui media, da sondaggi e interviste.

I valori delle bolle inferiori sono dati dalla quantità di morti provocati o provocabili.

Per esempio, nel caso dell’automobile, in una scala da 1 a 10, quanto abbiamo paura di andare in auto? Ci fa più paura l’auto o l’aereo? L’auto o un attentato terroristico? Le risposte ci daranno la dimensione della bolla superiore.

Quanti incidenti sono accaduti in un anno? Con quanti morti e quanti feriti? I dati determinano le dimensioni della bolla inferiore.

Osservando il grafico si nota come la cosa che fa più paura è un attacco terroristico, seguita da una caduta dell’aereo, e quello che fa meno paura è l’auto, tanto che alcuni di noi la usano tutti i giorni.

Se invece si calcolano i morti in seguito ad attacchi terroristici, sono molto pochi rispetto ai morti per cancro e incidente d’auto, e per quelli che morirebbero se non si arrestasse il surriscaldamento globale.

Non è facile stabilire da che dipende tale discrepanza fra il reale e il percepito. Indubbiamente la nostra cultura, il contesto in cui viviamo, le persone che frequentiamo, l’esposizione che abbiamo ai mass media e la frequentazione dei social media, costituiscono un potente filtro che distorce la realtà. Ed è piuttosto facile convincerci, ma molto difficile smontare le nostre convinzioni acquisite.

Come possiamo fare per difenderci dal nostro stesso autoinganno?

Prima di tutto osservando grafici come questo.

Poi chiedendoci: è vero, ho paura che mi entrino i ladri in casa, ma negli ultimi cinque anni quanti furti ho subito? Nessuno? E allora, di che cosa ho paura, di un articolo o di un servizio tv?

Possiamo anche chiederci a che scopo, a vantaggio di chi i media fomentano paure e paranoie. Al proposito ci possiamo chiedere: che cosa mi si chiede in cambio quando mi si offre sicurezza e mi si minaccia terrore? Quali e quante libertà dovrò limitare? In un articolo sullo stato di sicurezza contrapposto allo stato di diritto Giorgio Agamben dice: “La sicurezza di cui si parla oggi non mira a prevenire gli atti terroristici (cosa del resto assai difficile, se non impossibile, poiché le misure di sicurezza sono efficaci solo ad attacco avvenuto e il terrorismo è per definizione una serie di attacchi improvvisi), ma a stabilire un controllo generalizzato e senza alcun limite sulla popolazione. Il rischio è qui la deriva verso la creazione d’una relazione sistemica tra terrorismo e Stato di sicurezza: se lo Stato ha bisogno della paura per potersi legittimare, si deve allora produrre il terrore o, quanto meno, non impedire che si produca. Vediamo così degli Stati perseguire una politica estera che alimenta quello stesso terrorismo che devono poi combattere all’interno e intrattenere relazioni cordiali, se non addirittura vendere armi a Paesi che risultano finanziare le organizzazioni terroristiche“.

E infine possiamo farci coraggio: se siamo capaci di salire su un’auto e metterci in autostrada, siamo tranquillamente in grado di affrontare tutto il resto!

Pubblicato da

Umberto Santucci

Sono un consulente e formatore di comunicazione, problem solving, project management, mappe mentali e altri strumenti di visualizzazione e controllo, creatività. Sembrano tante cose diverse ma sono aspetti della stessa competenza: definire correttamente e risolvere problemi.

3 pensieri riguardo “Autoinganno, pericolo reale e pericolo percepito”

  1. Possono esserci diverse cause che producono l’errore interpretativo. Una è dato dagli strumenti concettuali utilizzati. Ad esempio sentiamo continuamente ripetere che stiamo uscendo dalla crisi. L’idea è che, mentre si era alla guida ci siamo distratti per un attimo, la ruota è finita fuori dalla carreggiata sulla ghiaia, siamo stati costretti a frenare e adesso basta una raddrizzata al volante e rieccoci in ripresa, non a velocità costante ma costantemente accelerata. È evidente che la discrepanza fra realtà e la sua interpretazione non può che generare mostri e incrementare il divario fra il mondo reale e la sua descrizione. Sarà quindi necessario sviluppare sempre nuove favole, distorcere sempre più i dati secondo il modello Second Life, scemenza che ha imperversato per qualche tempo nel mondo degli artefatti virtuali.
    L’economista Mauro Bonaiuti nel suo libro La grande transizione – Bollati Boringhieri, scrive: “Tra la fine degli anni novanta e il primo decennio del XXI secolo i giganti trasnazionali hanno sperimentato nuove strategie per mantenere… le posizioni precedentemente acquisite. Tra queste… è l’economia dei disastri. L’industria della sicurezza interna, un settore economicamente insignificante fino al 2001, nel 2006 negli USA valeva 200 miliardi di dollari… una spesa di 545 dollari per famiglia… senza contare il business del portare la guerra altrove.
    Ci sono poi gli aiuti umanitari e la ricostruzione for-profit. considerando che il flusso dei disastri umanitari aumenta di continuo in seguito all’andamento esponenziale delle catastrofi naturali, e ai postumi delle nuove guerre, far fronte alle nuove emergenze diviene un business troppo allettante per essere lasciato alle sole organizzazioni umanitarie.
    Il processo assume una rilevanza sistemica poiché, generalizzando, possiamo affermare che il capitale, nella fase dei rendimenti decrescenti, si alimenta dei danni che esso stesso produce”.

    1. Quindi ci dobbiamo destreggiare fra la nostra propensione ad autoingannarci e la manipolazione delle notizie che ci vengono propinate.

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