Psicopatologia del problem solving quotidiano

Problem solving, gestione a vista, ipersoluzioni e veli di Maja: quando si perdono le chiavi di casa e si va nel pallone inutilmente. Il racconto di una giornata particolare, visto attraverso le tecniche di problem solving strategico. Un lucchetto chiuso è una bella metafora del problema da risolvere.

L’evento

Ore 8. Allenamento mattutino di nordic walking. Vado in bici lungo il fiume Potenza, un bel percorso su strada sterrata che si apre sulle vedute del fiume e la mattina è abbastanza ombreggiato. Con due amiche, facciamo la camminata con i bastoncini e gli esercizi di scioglimento e stretching. Alle 10 le amiche se ne vanno, e io apro il marsupio per prendere il mazzo delle chiavi di casa che contiene anche la chiave del lucchetto della bici, e tornarmene a casa.

LE CHIAVI NON CI SONO!

Mi guardo tutto intorno, perlustro bene il campo di stoppie in cui abbiamo fatto ginnastica, invano. Cerco ancora nelle borse della bici. Niente.

Le condizioni

Temperatura: 33°, senza vento. Il sole si alza e le ombre diminuiscono.

Il problema

Lo smarrimento delle chiavi genera un grappolo di problemi.

  • Dove cercare le chiavi?
  • Come tornare?
  • Che fare se le chiavi non si trovano?
  • Come liberare la bici?
  • Come affrontare le ire di mia moglie?

Tentata soluzione n. 1

Ore 10,10. Decido di rifare a piedi la strada che ho fatto in bici (6 km circa) guardando per terra in cerca delle chiavi, poiché potrebbero essere cadute in qualsiasi momento e dovunque mentre venivo in bici.

Man mano che cammino – già stanco di braccia per l’esercizio fatto precedentemente – le condizioni cambiano: sempre più caldo e più sole.

Sorge un sottoproblema: la disidratazione. Poiché l’allenamento doveva durare poco più di un’ora, ho bevuto prima e avrei ribevuto subito dopo, per non portarmi l’acqua. Ma con più di un’ora in aggiunta, le cose cambiano, e il fiume che scorre placido a pochi metri aggrava la situazione, agitando lo spettro di Tantalo.

Tentata soluzione n. 2

Ore 11,30. Arrivo in un ristorante-bar poco fuori dell’abitato, dove risolvo il mio sottoproblema trangugiando una bottiglietta di acqua fresca. Nel frattempo mia moglie Gianfranca mi chiama per sapere che fine ho fatto, e le do la triste novella. Gianfranca viene a prendermi in auto, perché altrimenti dovrei affrontare un tratto sulla strada statale in pieno sole, e non è proprio il caso. Appena arriva, lei recrimina in modo violento, aggiungendo tensione alle mie condizioni psicofisiche già precarie. Subisco tacendo per non cadere in un loop simmetrico, anche se non posso evitare l’escalation complementare, e assumo il diplomatico atteggiamento one down del cane bastonato con coda acconciamente tenuta fra le gambe. Lei ha portato una chiave, ma non è quella giusta, quindi torniamo a casa per cercare la copia della chiave.

Tentata soluzione n. 3

Ore 12. Torniamo in macchina sul luogo del delitto con alcune chiavi di riserva, ma quella del lucchetto manca.

Tentata soluzione n. 4

Ore 12,30. Torniamo ancora con un seghetto da ferro. Del tutto inefficace. L’anello della catena non si scalfisce nemmeno.

Tentata soluzione n. 5

Ore 15. Dopo varie discussioni fra il fatalista (io) e l’ansiosa (lei), Gianfranca ricorre all’ipersoluzione e ordina una nuova serratura della porta blindata, con l’irresistibile argomento: ”Se le chiavi le hai perse appena uscito di casa e un male intenzionato le ha raccolte?” su cui il mio controargomento “potrei averle perse in piena campagna” non fa presa.

Tentata soluzione n. 6

Ore 16. Il ferramenta nostro abituale fornitore ci presta un tronchese che lui usa per

tagliare le catene. Torniamo per la terza volta ma non ho abbastanza forza e riesco appena a intaccare l’anello della catena.

Tentata soluzione n. 7

Ore 17,30. Riportiamo il tronchese al ferramenta e su suo consiglio andiamo dal fabbro, che un’ora dopo manda un camioncino con due omoni giganteschi che in un attimo tagliano la catena col frullino elettrico, caricano la bici sul cassone e ce la riportano a casa.

Verifica

Rimettendo la bici in garage, Gianfranca coglie uno strano brillio nel cestino portapacchi, guarda meglio e si accorge che le chiavi si sono incastrate proprio lì. Ci guardiamo con aria melliflua, ci scambiamo frasi banali per stemperare la tensione, disdiciamo subito la serratura da cambiare e io vado ad acquistare una nuova catena.

Morale della favola

Spesso si creano drammi o tragedie su problemi che a ben vedere erano inesistenti. Un corretto problem setting avrebbe consentito di esaminare la situazione da diversi punti di vista, osservando bene la situazione iniziale. Il pregiudizio che un mazzo di chiavi non potesse restare in un cestello a maglie larghe, ha fatto sì che non ci si guardasse neanche. Quindi il problema che ha messo tutto in movimento, non esisteva! Era un’illusione di Maja così potente che ha ingannato me, Gianfranca e i due fabbri!

Il costruttivismo ci insegna che vediamo solo quello che vogliamo o possiamo vedere, quello che rientra nei nostri schemi, risponde alle nostre aspettative, non esula dal campo delle nostre conoscenze ed esperienze.

Infine, se avessimo ritrovato le chiavi dopo aver fatto cambiare la serratura, questa ipersoluzione avrebbe generato il nuovo problema di cambiare le chiavi ormai inutili.

Per concludere degnamente la pesante giornata, all’ora che volge al desìo, siamo finiti in un ristorantino sul mare dove ci siamo consolati con tagliolini di Campofilone, spiedini di calamari e gamberi, olive ascolane, il tutto innaffiato da un buon bianchello del Metauro, per brindare alla soluzione di un problema che non c’era.

Pubblicato da

Umberto Santucci

Sono un consulente e formatore di comunicazione, problem solving, project management, mappe mentali e altri strumenti di visualizzazione e controllo, creatività. Sembrano tante cose diverse ma sono aspetti della stessa competenza: definire correttamente e risolvere problemi.

30 pensieri riguardo “Psicopatologia del problem solving quotidiano”

  1. invece di fare tanto casino sarebbe stato sufficiente allacciare le chiavi ad un piccolo portachiavi cera oggetti che viene immediatamente individuato da un altrettanto piccolo telecomando da tenere in tasca – osservazione giusta: e se si perde il telecomando? risposta ancora più giusta : sottoporsi ad una visita neurologica

  2. Lo Zen e l’arte di ritrovare. Certo, con la dovuta lentezza dovuta alla saggezza…:-) Però, come mai Sherlock Holmes, a differenza di chi perde le chiavi, non cadeva mai nel panico, che com’è noto rende ottusi? Perché i problemi non lo coinvolgevano personalmente, ma riguardavano gli altri. Alche il logico (in casa d’altri) Sherlock se avesse perso le chiavi avrebbe fatto i medesimi errori. Ovvero, per tornare al mio motto-tormentone preferito: l’unica scienza essenziale è la psicologia.

  3. Se ti può consolare Umberto è un errore comune mettersi a cercare le chiavi o altri oggetti smarriti laddove crediamo che siano stati smarriti salvo ritrovarli, poi per caso, laddove non pensavamo fossero. Il setting di cui tu sei maestro Umberto ci insegna a verificare per bene il contesto del problema, incluso i posti impensati. Ma bisogna fare attenzione all’errore opposto: cioè fidarci dell’esperienza e poi cercare nei posti strani. Ci vuole equilibrio tra le due tendenze.

  4. Probabilmente c’è anche un altro aspetto che può trovare una risposta nello Zen.
    Quello che ci turba è il giudizio negativo che diamo su noi stessi.
    Ci sentiamo, quanto meno inadeguati. La nostra giornata perfetta e ben organizzata non è più tale: è turbata da questo giudizio ovviamente amplificato dal nostro stato emotivo.
    Nello Zen o nell’atteggiamento di Sherlock Holmes c’è solo pura osservazione.

  5. La mia parola chiave in questi casi è temporeggiare: non inizio subito a cercare ma mi rilasso facendo altro……poi improvvisamente tutti i tasselli nella mente si riorganizzano…….l’ansia mi offusca il cervello……rilassarmi lo dilata….un caro saluto Umberto!

  6. Penso che non bisogna mai sottovalutare quel pizzico di fortuna/sfortuna per non addossarci troppi meriti o demeriti. D’altra parte le chiavi sono quasi ricomparse da sole.
    Il primo pensiero che avrei avuto non trovando le chiavi dove le avevo messe sarebbe stato: “le ho perse”. Da questa convinzione è scattato tutto.Se dovesse accadermi qualcosa di simile forse per prima cosa metterei in discussione la prima cosa che penso.
    Umberto è molto stimolante quello che fai.
    Come al solito il tuo contributo è prezioso…grazie

  7. Questo episodio racconta esattamente quello che succede spesso nell’affrontare i problemi.
    Sono convinto che se allenassimo la nostra mente a “spaziare” nelle diverse direzioni prima di risolvere un problema, ci abitueremmo a vedere le soluzioni anche dove non pensiamo che siano e quindi saremmo più predisposti a gestire gli imprevisti e di conseguenza a risolverli senza panico. Concordo con Antonella: rilassare la mente e lasciarla libera di spaziare per trovare la soluzione al problema. A volte però le donne sono maestre nel far crecscere la tensione ed addio rilassamento.

  8. caro umberto,
    intanto grazie per i continiu flash che mandi e che sono sempre stimolanti
    mi hai fatto venire in mente un fatto simile, come sensazioni , a me accaduto

    Natale, montagna, neve, catene, notte, freddo

    mettere le catene di notte in montagna per strada impraticabile

    metterle è già un difficile problema , ma il piu’ grande è stato toglierle, per spraggiunta ansia (freddo, notte ecc.)
    tanta ansia da aver accartocciato il tutto e dovuto smontare la ruota con crik per poter concludere l’operazione

    così per le tue chiavi

    io credo che, respirare , rilassarsi, prendere tempo e non voler rislovere immediatamente il problema, serva per risolverlo al meglio
    se soluzioni immediate non ci fossero….ricorrere a terzi e delegare :moglie, meccanici, fabbri, amici, come hai fatto
    poi cena per tutti

    così ho fatto anche io
    la ruota l’ha tolta mio figlio!!

    alla prossima

    la “pensione” può generare problematiche simili ed eccessivi rilassamenti
    luca

  9. Mamma che faticaccia per un mazzo di chiavi, sai quante volte capita!? Però mica tutti poi si consolano con una cenetta in riva al mare quindi…non è andata poi così male se tutto questo affannarsi ha fatto crescere la fame!!! Ciao ciao! 🙂

  10. Mando un affettuosissimo saluto a Gianfranca e Umberto che forse si ricorderanno di me, diciannovenne percussionista, nelle vacanze pasquali del 1972 che mi ammalai di tonsillite durante un ritiro “musicale” in un ex convento a Navelli (Abruzzo). Ringrazio Umberto per i suoi preziosi consigli sulle “regole” di improvvisazione musicale che utilizzavamo in quegli anni e per il suo e-book “le mappe della mente” che ho recentemente acquistato. Spero che la musica non vi abbandoni mai. E’ una medicina che aiuta anche al problem solving quotidiano. Ciao

    1. Ciao Mario! L’improvvisazione jazzistica fu la mia prima scuola di problem solving: scegli una buona ritmica e uno schema armonico condiviso, e poi vai momento per momento. La musica classica presenta soluzioni precostituite da interpretare, il jazz (e in genere le musiche di performance) presenta problemi ben definiti con cui giocare.

  11. Grazie,
    utilissima esperienza.
    per noi il beneficio per te beneficio e disagio. conto sulla mia competenza immaginativa per portare nel mio set esperienziale la tua disidratazione…arrivo fino ad un certo punto.
    in effetti sembra che ciò che si “cerca e trova” dipenda dall’osservatore, sarebbe il caso di individuare i nostri punti ciechi e potenziare un pochino le tecniche controintuitive … cerca vicino!
    consiglio+battuta:
    1 allena un pochino di più la forza o chiedi tronchesi con leve più favorevoli
    2 e… se quello che hai messo in atto fosse un rituale propiziatorio necessario carpire il favore di un demone/gnomo locale che nasconde ma poi restituisce le chiavi direttamente nel cestino della bici?
    se veniamo in bici dalle tue parti ci stampiamo questa pagina… e risolviamo.
    Vita bella a Umberto e a tutti

  12. Caro Umberto, anch’io ti ringrazio per questi stimoli intelligenti e spesso divertenti che ci mandi. Ho letto quest’ultimo in ufficio e, condizionata dall’ambiente, ho pensato che quanto tu, e chi ti ha risposto, sostenete è vero per le persone, ma è altrettanto vero per le imprese. Chi è all’interno dell’impresa infatti speso non riesce a vedere il problema o “vede” un problema che non c’è. Ho ritrovato un pò di orgoglio e di fiducia nell’utilità del ruolo del professionista, traguardo non da poco in questo momento di magra. In quanto a me persona, non mi è ancora capitato di perdere le chiavi, ma perdo gli occhiali mille volte in un giorno e per seguire i buoni consigli di chi ha risposto, ne ho tre paia, così in serena attesa di ritrovare quelli persi, mi arrangio con quelli sottomano. Un abbraccio, gherarda

    1. Gherarda, hai colto il senso profondo del mio articolo. Il problem solving strategico è un efficacissimo metodo che funziona nella vita quotidiana, con persone normali, con situazioni patologiche, con imprese e organizzazioni, con stati e macroscenari: per esempio per fronteggiare la crisi di sistema si stanno usando le stesse tentate soluzioni disfunzionali che l’hanno prodotta. Quindi la dinamica delle mie chiavi può essere riconosciuta in qualsiasi evento che generi un problema, che solitamente non si risolve perché si insiste con soluzioni note ma inefficaci. Inoltre il ricorso al consulente (il fabbro) risparmia stress e lavoro con spesa minima (per quanto il consulente possa costare), perché rispetto al cliente il consulente dispone di metodi e strumenti più adatti.

  13. Caro Umberto,
    grazie per aver condiviso con tutti noi la tua “avventura”.
    Mi ha fatto piacere leggere come ognuno avrebbe affrontato in modo differente la situazione.
    Personalmente testarda come sono avrei ripercorso più volte il tragitto, sicura, forse con presunzione, che l’avrei trovata. Molte volte nella vita mi è capitato di perdere, per casualità piccoli oggetti, ma che nella maggiore parte dei casi ho ritrovato. Il mio atteggiamento è presuntuoso? Non lo so ma è più forte di me pensare: ” come le ho perse le ritroverò, basta avere pazienza e cercare”. Forse tutte questo mi porta ad un gran disperdio di energie ma mollare per me rappresenta una sconfitta!”. Come donna sicuramente, avrei fatto come Gianfranca, alla quale rivolgo un affettuoso saluto, avrei cambiato le chiavi ma solo dopo un’altra giornata di ricerca.
    Un caro saluto
    Daniela

  14. Mah……………………che bello avere il tempo per riflettere ed argomentare. Umberto t’invidio…………………………………………………………. e se venissimo tutti in bici a Porto Recanati ? Paghi tu il delizioso pranzetto? Un abbraccio ad entrambi e scusami se con questo caldo e queste atmosfere di ” temporale ” in prepotente in arrivo queste simpatiche riflessioni non m’ispirano più di tanto .
    Tina

    1. Ovviamente, essendo noi romani emigrati, il pranzetto si paga alla romana, ma la gita in bici “se po’ fa’”

  15. quando perdo qualcosa non mi perdo. ho perso mia madre , ho perso un nipote all’improvviso, so che significa la” perdita”. tutte le altre cose si fanno sempre ritrovare, parto dall’inizio e ripeto tutte le azioni fatte. quando dipende da me me ne assumo la responsabilità e procedo con calma. Delle volte le cose giocano a nascondino basta invocare Santa Lucia e le cose ritornano a farsi vedere.
    .. Ti leggo volentieri .Grazie

  16. Come ti capisco, la calma, in certe situazioni, è l’unica vera soluzione per risolvere faccende “spinose”.
    Mi capita spesso in situazioni analoghe di andare nel panico e di non ragionare più con lucidità, per cui la questione del momento, che sarebbe semplice da risolvere viene risolta a posteriori quando la calma, appunto, sopraggiunge e ci rendiamo conto che il problema non esisteva affatto o perlomeno che era molto semplice da sbrogliare.

  17. Bellissimo ! Naturalmente a casa mia è già successo 🙂
    E’ una di quelle situazioii che al momento ti rendono down e poi ti fanno ridere, come ho riso io, quando le racconti.
    In effetti basterebbe anticipare un po’ le risate che ti farai mentre accade l’imprevisto ( di solito lo faccio ) e la situazione almeno psicologicamente, migliora.

  18. Grazie Umberto per condividere questa tua esperienza, tanto comune nel nostro quotidiano. Io appartengo alla categoria di quelli che restano calmi, ma è il marito che si fa prendere dal panico. Quindi il genere non centra.
    Inoltre nella mia esperienza, il più delle volte, l’oggetto perso si ritrova proprio là dove doveva essere. In genere è il primo posto in cui si guarda e poi da lì parte la ricerca, o il panico. In realtà il posto era giusto solo che magari l’oggetto era casualmente coperto, o leggermente spostato o non lo abbiamo visto per mille altre ragioni.
    Secondo la mia esperienza la calma e la cara vecchia logica in genere o riportano l’oggetto scomparso o conducono ad una soluzione.
    Poi mi piace pensare che tutto abbia un significato e a tempesta passata, mi diverto a dare la mia personale interpretazione.

  19. Caro Santucci….l’altra sera, venerdì ore 20,00 non vedo il cellulare al solito posto, lo cerco, non lo trovo, mia figlia esegue il n° con il cordless, non suona, giro per la casa con il cordless in mano che chiama…nulla, ma si che stupido, l’ho dimenticato in ufficio, dopo l’ultima telefonata fiume serale, dopo cena con mia moglie andiamo in ufficio, ( 23 Km. ) come non bastassero le ore di guida già effettuate in settimana, parlo poco , ho il presentimento che il cellulare ( aziendale ) non ci sarà, entro , infatti non c’è richiamiamo con il cellulare di mia moglie, nulla…rientro mesto penso già alla denuncia di smarrimento da effettuare ai Carabinieri, alla telefnata al mio capo, ed alla risposta sarcastica…Siete sempre tutti molto disattenti al materiale aziendale… Rientro a casa arrabbiato con 4 zeta…frugo nella borsa in un estremo tentativo….nulla, poi ho una percezione , è caduto in terra dalla tasca dei pantaloni appoggiati alla gruccia e si è spento…ma no che stupido se quanto chiamavo faceva tuut tuut.. vuole dire che era acceso, si ma poi potrebbere essersi spento…entro nello studiolo, guardo sul lettino … è li muto, nero, silenzioso, in attesa di essere preso…..morale : poca attenzione al materiale aziendale !!!!!

  20. Caro Umberto, è lecito sorridere delle disgrazie altrui? Un po’ ho sorriso, perché l’errore valutativo ci rende normali. E poi c’è stato un invidiabile finale.
    Il tuo spunto apre a questioni di metodo scientifico, succede così che si trova ciò che si cerca perché si pensa che ci sia e che sia in un luogo particolare, vedi il Bosone, mentre nel frattempo (cinquant’anni!) ci passano sotto gli occhi chissà quanti altri oggetti subatomici e non li vediamo. Sono un convinto assertore del metodo ma ogni tanto mi sovviene uno dei primi fondamentali uomini di scienza dell’umanità: Democrito, con la sua affermazione che siamo determinati dal caso e dalla necessità.
    La mia memoria è soprattutto visiva. Ho perso un libro con il dorso blu e l’ho cercato per settimane, fin quando, un bel mattino entrando in studio, dopo un secondo mi si è parato d’avanti con il suo bel dorso bianco. Non ho mai perso le chiavi -finora- ma gli occhiali… in casa è tutto un “hai visto i miei occhiali?”, “no, lascia, quelli sono i miei”, “ma proprio arancione come i miei dovevi prenderli?” ecc.
    E, accidenti, dopo tanto cercare, mai che ci scappi una cenetta!
    Un cordiale saluto, buone vacanze!

    1. Beh, ma la cenetta fa parte dell’arte di vivere e di gratificarsi, seguendo il motto romanesco secondo cui “quanno ce vo’, ce vo'”.

  21. Attenzione alla suggestione magica che è sempre in agguato e rischia di imprigionarci. Del metodo zen sapevo che basta non fare nulla, poiché il problema si risolve da solo, nel senso che lasci lì la bicicletta, poiché ti accorgi che ne puoi fare a meno, torni a casa a piedi, poiché ti accorgi che hai questo mezzo di trasporto, addirittura potenziato da un paio di scarpe, Se tua moglie non ti apre la porta, continui il peregrinare. E’ lo Zen Bellezza! Lo zen è l’arte di accettare la progressiva spoliazione di ciò che ci lascia. Come dire “Peggio per lui” o lei, o loro.
    Secondo il creatore della dottrina, Lao Tzu (570 -490 a. C.), la saggezza è l’inazione, il distacco da tutto, la contemplazione del mistero. Mi chiedo allora come si può parlare di management zen.
    Lo spirito e la relativa pratica zen sono racchiusi in questa Canzone Taoista di Chih Kang (223 – 262 d. C.).

    Getto via la saggezza, ripudio il sapere:
    i miei pensieri navigano nel grande vuoto.
    […]
    Getto il mio amo in un unico ruscello
    ma la mia gioia è come se avessi un regno.
    Sciolgo i capelli e mi avvio cantando.
    Dalle quattro frontiere rispondono al mio canto.
    Ed ecco come fa la mia canzone:
    I miei pensieri navigano nel grande vuoto.

    Passando ora all’approccio strategico, sono occidentale, impregnato di sale greco e non mi dispiace, la soluzione del problema della cosa perduta sta nel non cercarla non nello spazio fisico, ma in quello mentale: ricostruire l’intera sceneggiatura dal momento in cui si è visto per l’ultima volta l’oggetto e cercare nell’immagine mentale dello spazio esterno il luogo dove si trova. Là immancabilmente si trova.

  22. Da Giuseppe Parisi

    Non sono un abituale di, come dire, dei Gruppi Dialettici, però mi inserisco a casaccio, proprio per suscitata curiosità e correggetemi se sbaglio, in ogni Gruppo di Discussione scrivono sempre i soliti e l’intruso qualche volte è intruso forse perché non ha lo stile, non ha lo stesso codice sociolinguistico ed i gruppi rischiano come nei “Compagniucci della Parrocchietta” del grande sociologo Alberto Sordi di essere dei “Conte Claro” o “Mario Pio”. Il racconto, perché tale è, mi è piaciuto moltissimo, siamo noi che dobbiamo concentrarci nelle lettura e c’è poco da scrivere, chi ha commentato è stato bravo e competente…esaustivo, quante riflessioni impone.
    La lettura dell’ “apologo” mi fa pensare che la tecnica di creare ansia e paura sia abitualmente usata dai dominatori per far pensare male ai dominati in tutti i gruppi organizzati: famiglia, aziende, enti vari, è banale quel che scrivo ma è tecnica che ha troppo successo, il problema è sempre lo stesso non ci rilassiamo, non ci concentriamo e non riflettiamo e chi tira le fila, ci usa come marionette.

    Amo il racconto, il romanzo e la poesia perché sono simbolo della vita molto di più di tanti casi di studio, analisi del potenziale, del valore e business game che mi hanno condizionato la vita nei primi anni di lavoro, oltre 30 anni fa, bisogna, impegnarsi…veramente nella lettura per aprire la mente, lo so è banale…benissimo.

    Scriviamo di musica: vecchio amante del Jazz, preferiti Parker, Davis, Evans, strepitosa l’improvvisazione, però la grande musica classica come immenso regolatore è di altissimo livello, magari, le somigliassero un poco, nel mondo del lavoro, le burocrazie.

    Per quanto riguarda il tema, mi è capitato di perdere le chiavi della bicicletta e quella di casa, in bicicletta, quando ho perso le chiavi della bicicletta, ho detto subito sono finite in una grata e sono andato a cercare un bel tronchese e la catena ha ceduto, io quindi non le avrei cercate nel territorio, ma ricercavo la soluzione tecnica appropriata od i consulenti. Quando ho perso le chiavi di casa, le ho subito cercate accuratamente nel cestello a maglie larghe nella speranza che fossero rimasta attaccate e le ho trovate con fatica, non si vedevano bene, le mie non erano nemmeno colorate, preciso che io ho sempre supposto che i sobbalzi della bicicletta potessero far saltare le chiavi dalla borsa.

    I consulenti, poi quanto Umberto Santucci scrive è meraviglioso: “Quindi la dinamica delle mie chiavi può essere riconosciuta in qualsiasi evento che generi un problema, che solitamente non si risolve perché si insiste con soluzioni note ma inefficaci. Inoltre il ricorso al consulente (il fabbro) risparmia stress e lavoro con spesa minima (per quanto il consulente possa costare), perché rispetto al cliente il consulente dispone di metodi e strumenti più adatti.” Ma gli imprenditori per Orgoglio e Pregiudizio preferiscono credere alla Menzogna ed al Sortilegio se non alle Tabelline precostituite del maestrino ignorante…con tutto i rispetto dei Maestri Elementari, quelli veri, ne sono figlio con orgoglio.

    Caro Umberto Santucci posso usare questo “periodo apologetico” inserito nelle mie presentazioni…ha proposito ha letto ” Il velocifero”

    grazie mille cordialità Giuseppe Parisi

  23. Quando perdevo qualcosa e mi affannavo inutilmente a cercarla, mi madre mi diceva sempre: “Vedrai che non appena avrai smesso di cercarla verrà fuori come per incanto”.
    Il segreto mistero della vita era tutto lì, ma io non lo capivo e non accettavo le sue parole.
    Oggi, a distanza di anni, mi accorgo che aveva ragione. Le cose più belle che ho trovato e ritrovato nella vita sono “apparse magicamente” proprio quando ho smesso di cercarle affannosamente.

  24. Non entro nel merito dello svolgimento del fatto e della gestione del suo “algoritmo risolutivo”, convinto che sia principalmente un esempio raccontato a scopo didattico, Mi rimane invece una curiosità irrisolta: oltre a disdire la nuova serratura, cosa altro è stato fatto(o sarebbe stato opportuno fare) per evitare il ripetersi di un fatto simile? (portachiavi con moschettone, controllo della rispondenza dei doppi mazzi di chiavi, doppia chiave nascosta nella bicicletta, lucchetto a combinazione, portachiavi a geolocalizzazione satellitare…:), poiché sono convinto che il problem solving debba poi diventare problem” prevention” e concludersi in una prassi esperienziale che renda meno probabile(e con meno conseguenze) il ripetersi dell’emergenza. In questo modo si possono riservare più risorse ai tagliolini di Campofilone piuttosto che a serrature e fabbri! Saluti cordiali 🙂
    P.S. Rimane comunque forte la tentazione di interpretare la perdita in chiave freudiana… 🙂

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