Reddito di cittadinanza e Titan

Reddito di cittadinanza per tutti o reddito minimo garantito solo per chi perde il lavoro? Cedere alla virtualizzazione crescente della finanza mondiale considerandola una inevitabile fatalità che sacrifica le persone al denaro o cercare nuovi modi di distribuire il denaro per garantire una qualità di vita accettabile a tutti i cittadini? Subire con inerzia l’aumento della disoccupazione derivante dalle nuove tecnologie o rompere il legame fra lavoro e salario?

Sepp Kussstatscher, europarlamentare, dice “Ecologia, povertà, traffico, cambiamenti climatici: sono queste le vere emergenze”.

Enno Schmidt, uno dei fondatori dell’iniziativa svizzera sul reddito di cittadinanza, dice: «Potrebbe essere un momento storico, come per l’abolizione della schiavitù o il movimento dei diritti civili. Certamente quelli che non lo vorranno troveranno delle scuse, ma quelli che lo vogliono troveranno soluzioni».

Bernard Kundig, BIEN (Basic Income Earth Network ), dichiara: «Con il reddito di base garantito i cittadini sarebbero sollevati dalla necessità di trovare ad ogni costo un lavoro, peraltro sempre più raro, disponendo della possibilità di scegliere l’attività a loro più congeniale, per contribuire al processo sociale e a porre le basi di una società postindustriale rispettosa della natura».

Durante le feste ho letto alcuni libri di Domenico De Simone, dal recente “Crac” a quelli dal 1999 in poi. Mi hanno affascinato con la forza creativa e propositiva con cui l’economista “eretico” affronta il problema dei rapporti sempre più mostruosi tra finanza e persone reali. Ne parlo qui non dal punto di vista economico, perché di economia so e capisco assai poco, ma solo dal punto di vista del problem solving, secondo cui i problemi si risolvono con soluzioni e paradigmi diversi dalle soluzioni e i paradigmi mentali che li hanno provocati o che li tengono in vita o addirittura li aggravano.

Per adottare soluzioni diverse si può cambiare qualche piccola cosa che in modo sistemico agisca su tutto l’insieme e lo modifichi in una reazione a catena virtuosa, oppure si può ipotizzare un cambiamento radicale, che però richiede un cambiamento di paradigma mentale.

Il paradigma è un insieme di idee, valori e principi su cui si basa il nostro modo di pensare. Passare da un paradigma ad un altro è molto difficile, alcuni non ci riescono, altri ci riescono in parte. I nostri tempi sono molto mutevoli, hanno una velocità evolutiva mai conosciuta prima, per cui oggi capita che durante la vita una persona debba più volte cambiare il proprio paradigma per potersi adeguare ai nuovi scenari.

Il paradigma in cui siamo stati educati si basa sul principio che per mangiare bisogna lavorare, che si considera lavoro solo un’attività retribuita, che si lavora occupando un posto o un ruolo, che se si perde il posto e il ruolo e non si fa più profitto non si ha più dignità, valore, diritto di vivere.

Tutto questo aveva un senso quando le risorse erano scarse e bisognava procurarsi i mezzi di sussistenza, e quando la produzione dipendeva dal lavoro, che però veniva affidato agli schiavi, riservando agli uomini liberi gli otia della filosofia, della letteratura, delle attività immateriali.

Quando la schiavitù è stata abolita, il lavoro è stato sacralizzato come valore che dà senso alla vita, come diritto invece che come dovere, tanto da diventare il primo articolo della nostra costituzione. L’ideale era avere a disposizione gli stessi schiavi di prima, senza però doverli mantenere.

Oggi però la tecnologia ha fortemente automatizzato i processi produttivi, affidando alle macchine gran parte del lavoro che prima era fatto sia da operai, sia da professionisti. Il posto di lavoro e la disoccupazione sono diventate potenti armi di ricatto con cui chi comanda e chi decide fa fare quello che vuole a chi spera di lavorare e teme di non lavorare più. Ma di lavoro umano c’è sempre meno bisogno. Inoltre la ricchezza prodotta dal lavoro è solo una parte molto piccola rispetto al volume delle transazioni finanziarie. I problemi non vengono da una produzione scarsa, ma da sovrapproduzione, perché le macchine producono più di quanto la gente possa permettersi di acquistare. Gli stati sono sempre più indebitati verso la finanza, che per sopravvivere ha bisogno che il loro debito cresca sempre di più, a spese delle persone che sono sempre più tassate per pagare gli interessi crescenti del debito pubblico.

Da sette anni ormai stiamo vivendo una grave crisi economica che sta vanificando tutti i diritti acquisiti con le lotte sostenute dalle generazioni precedenti, in una globalizzazione che tende ad allineare le retribuzioni mondiali verso il basso.

Le soluzioni adottate finora sono ammortizzatori sociali come la cassa integrazione, il sostegno ad aziende decotte per evitare di perdere posti di lavoro, la precarizzazione del lavoro per poter abbassare le quote di disoccupazione, il reddito minimo garantito che per un tempo limitato viene concesso a chi ha perso il larovo. Sono tutte tentate soluzioni disfunzionali, perché i posti di lavoro continueranno a diminuire e le persone ad essere pagate di meno e per meno tempo.

Allora è il caso di definire meglio il problema, che non è il lavoro, ma il salario. Un salario che permetta di vivere vestiti, sotto un tetto, in buona salute e nutriti in modo sufficiente. Poiché il lavoro tende a diminuire mentre il salario dovrebbe aumentare, il problema diventa sciogliere il legame fra lavoro e salario, rendendoli indipendenti l’uno dall’altro.

E’ un’eresia? Sì, se si resta nel paradigma “chi non lavora non mangia”. Se invece si assume un nuovo paradigma la cosa diventa possibile. Poiché il lavoro può esserci o non esserci, il salario derivante dal posto di lavoro deve aggiungersi ad un reddito di cittadinanza che ognuno deve avere dello stesso importo, ricco o povero che sia, come risorsa minima per vivere con una certa qualità.

Il reddito potrebbe essere di 300 euro fino a 15 anni, 600 fino a 20, 1000 da 21 in poi. Chi vuole lavorare, commerciare, fare impresa, potrà migliorare questo reddito, chi si accontenta può permettersi di non lavorare o di svolgere attività gratuite. Lo stato darebbe questo reddito indistintamente a tutti, perché anche il ricco deve sapere che se perderà tutti i suoi beni comunque potrà sopravvivere dignitosamente.

Le obiezioni

La critica di chi resta nel paradigma usuale è automatica: bello, ma i soldi dove si prendono? De Simone propone una tassazione automatica a monte delle transazioni finanziarie (Tobin Tax e simili, per intenderci), da cui si ricaverebbero i fondi per far funzionare la cosa pubblica e per il reddito di cittadinanza, data l’enorme mole dei movimenti finanziari rispetto a quelli dell’economia reale. Le attività imprenditoriali potrebbero essere finanziate con titoli a tasso negativo (che De Simone chiama Titan), somme che nel tempo tendono a perdere di valore fino a ridursi a zero, che quindi scoraggiano l’accumulazione improduttiva di denaro e spingono a investire al più presto la somma ricevuta. L’autore spiega in dettaglio l’applicazione di questi titoli per finanziare sia iniziative private, sia interventi pubblici di comuni e regioni.

Dal punto di vista psicologico, le persone creative e intraprendenti si daranno comunque da fare, ma non c’è pericolo che le persone comuni si impigriscano nell’ozio derivante dal non bisogno di lavorare per vivere? Non lo sappiamo, perché vediamo le cose con gli occhi di chi è nato e cresciuto ritenendo naturale il fatto che se non si lavora non si mangia. Ma poiché ci sarà sempre meno bisogno di lavoro umano, invece di avere masse crescenti di nullafacenti disperati che non sanno come sopravvivere, non è socialmente e umanamente preferibile avere persone oziose ma rilassate, che dormano o giochino a palline tutto il giorno invece di delinquere o vendersi come schiavi? Dobbiamo anche considerare che chi non lavora perché in vacanza o disoccupato non sempre resta senza fare niente. Più spesso si dedica ad attività manuali, studio, sport, hobby, opere di bene. Si fanno tante cose senza essere retribuiti!

Ma se non c’è più bisogno di lavorare per sopravvivere, chi farà mai i lavori più sgradevoli? Da una parte le macchine, dall’altra persone che si industrieranno per rendere meno sgradevole quel lavoro, e che saranno pagate molto bene per farlo. C’è anche da dire che molti lavori sono sgradevoli per il modo con cui sono organizzati: tecnologie e ricerca possono migliorare certi lavori, come già stanno facendo nel campo delle pulizie, della sanità, delle pompe funebri. La stessa prostituzione non sarebbe fatta per necessità, ma per piacere proprio e di altri.

Ma quali che possano essere gli svantaggi della soddisfazione dei bisogni primari, comunque molte persone potrebbero dedicarsi a fare qualcosa di più eminentemente umano: studiare, inventare, creare senso al mondo e alla vita, praticare cammini di saggezza, rendere il mondo più bello.

Infine, gli scenari tecnologici vanno verso la graduale sostituzione dell’uomo in molti processi produttivi anche intellettuali e professionali. Io stesso ho vissuto per anni producendo materiali di presentazione (diapositive, lucidi, slideshow) che oggi chiunque si fa da solo con Power Point. Ciò significa che il numero di persone che non avranno un lavoro retribuito aumenterà in tutto il mondo, e ai non lavoratori di oggi si aggiungeranno i non pensionati di domani, in una bomba sociale di cui è difficile immaginare la portata devastante.

Ne deriva che l’utopia di De Simone non è una fantasia priva di senso, ma una cosa da fare il più presto possibile. E tutti noi, invece di esercitare la facile arte della critica retrograda, dovremmo cercare tutti i modi per rendere possibile qualcosa che sarà necessario. Oppure dovremmo cercare di sviluppare tecniche di eliminazione delle persone superflue, avviando i disoccupati, i precari, i bambini in eccesso, gli anziani in luoghi in cui verrano fatti morire con dolcezza.

Letture

Il sito di De Simone, con suoi libri scaricabili gratuitamente, e i libri recenti: http://domenicods.wordpress.com/

Il progresso tecnologico rende l’uomo obsoleto, così come ha fatto con il cavallo o il bue, come si dice in questo articolo: http://www.mattscape.com/2011/11/printed-matter-la-disoccupazione-tecnologica-perch%C3%A9-gli-esseri-umani-sono-obsoleti-saturno.html

Il reddito di cittadinanza per tutti va distinto dal reddito minimo garantito riservato solo ad alcuni: http://www.valigiablu.it/tutto-quello-che-sai-sul-reddito-di-cittadinanza-e-falso/

Un saggio monografico del magistrato Giuseppe Bronzini: http://www.i-libri.com/il-reddito-di-cittadinanza-di-giuseppe-bronzini.html

Due articoli di Marcello Barison, filosofo, artista e blogger:

http://resettiamoci-ora.blogspot.fr/2013/11/reddito-di-cittadinanza-utopia-o-realta.html

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/17/reddito-minimo-garantito-per-evitare-la-catastrofe-sociale/780645/

Pubblicato da

Umberto Santucci

Sono un consulente e formatore di comunicazione, problem solving, project management, mappe mentali e altri strumenti di visualizzazione e controllo, creatività. Sembrano tante cose diverse ma sono aspetti della stessa competenza: definire correttamente e risolvere problemi.

9 pensieri riguardo “Reddito di cittadinanza e Titan”

  1. L’argomento è veramente interessante, attuale, attrattivo. Personalmente mi è difficile comprendere l’idea di una società che possa evolversi, quindi sopravvivere, con regole talmente nuove che entrerebbero da subito in contrasto con i grandi e potenti centri di interesse che, da sempre, hanno guidato la storia del mondo. La globalizzazione ha imposto ai popoli modelli di sviluppo basati sulla creazione continua di ricchezza, da distribuire, anzi centellinare, a gruppi sociali “amici”. Togliamoci dunque ogni illusione; l’unico modo per poter distribuire un reddito minimo di cittadinanza è mettere le mani sugli immensi patrimoni occultati, sui redditi non dichiarati, sui patrimoni portati all’estero, eliminare i prestanome. E con questa classe politica non accadrà mai. Quanto ai titoli a tasso negativo, ricordo che per poter vendere/comprare un debito ci vuole il coraggio (devo cedere la mia ricchezza ad altri), la sicurezza (conosco il debitore ?) e un tornaconto (lo faccio perché mi conviene). Sono regole inventate da noi italiani nel medioevo e tuttora valide, dunque immortali, ma non applicabili ai Titan. E poi ci vorrebbe una serietà che non esiste più.

  2. Non sono competente in economia e finanza, quindi non sono in grado di fare un commento. Ma… perche’ non provare?
    I metodi finora adottati sono risultati tutti negativi, portandoci al disastro. Disastro che diventera’ sempre piu’ grave, nonostante le false promesse dei politici. A questo punto ogni idea diversa dalle precedenti non puo’ essere altro che migliore, anche se puo’ sembrare assurda. Il problema maggiore, purtroppo, sara’ quello di convincere i bei cervelli dei nostri governanti ad accettare un simile cambiamento di rotta. Sara’ possibile? Speriamo!!!

    1. Perché non provare? Nel problem solving questa è la tecnica del “why not?”. Quando qualcuno fa una proposta, c’è sempre qualcun altro che gli chiede con aria critica e censoria perché si dovrebbe fare una cosa simile. Questo atteggiamento scoraggia e blocca qualsiasi proposta di soluzione o cambiamento. L’atteggiamento giusto per incoraggiare il cambiamento, l’innovazione, il miglioramento, è chiedere a se stessi: “perché non si potrebbe fare questa cosa? Che cosa potremmo fare per provarci, magari anche in via sperimentale? Che cosa ne potremmo guadagnare? Che cosa abbiamo da perdere se restiamo come siamo?”.

      1. La prima fase è dunque il problem setting. Lo considero essenziale nell’ambito di una impresa o di un piccolo ente alle prese con problemi di riorganizzazione, abbattimento di costi, finanziamento strutturale. Ma come si fa ad applicare questo concetto in un Paese come il nostro, che non è altro che un immenso arcipelago di comunità diverse e divise, di lobbies e di interessi malavitosi che oramai sono del tutto accecati dalla esasperata fame di ricchezza ? e le soluzioni (problem solving) ?? chi potrebbe avere il coraggio-potere di ricercarle, valutarle, condividerle e farle applicare ? Non vedo proprio nessuno in grado farlo. Purtroppo.

  3. Molto interessante … anche io penso che il modello attuale di società basato sul lavoro sia arrivato al termine. Leggevo da qualche parte che un barile di petrolio equivale come energia al lavoro manuale di 27 persone per un anno, oppure che 2 metri quadri di superficie esposta al sole possano potenzialmente produrre l’energia elettrica necessaria ad una famiglia. A cosa serve lavorare tutti in modo forsennato se molto potrebbe essere delegato alle macchine. Lasciamo stare poi i concetti di PIL, Spread, … semplicemente ridicoli!

    Il problema è legato a come si trasmigra da un modello ad uno nuovo (gap analisys) e come si tengono a bada le varie lobby.

    Una proposta potrebbe essere quella di sperimentare il nuovo modello su un ambiente contenuto/ristretto ed osservarlo: secondo me molte persone non sono in grado di oziare per cui si darebbero al volontariato, al bene comune (e.s.: pulizia strade, ambiente, ottimizzazione trasporti, nuove regole condivise, …), alla creazione/sperimentazione di nuove idee, alla ricerca …
    Nella progettazione i problemi potrebbero essere legati a: 1) la definizione dell’ambiente contenuto/ristretto (AMBIENTE). 2) le regole necessarie comprese quelle per l’interazione tra l’AMBIENTE e il resto del mondo. 3) Le garanzie offerte a chi partecipa alla sperimentazione ….

    E’ ovvio che alcune persone, per loro natura, potrebbero aver difficoltà ad abbandonare il vecchio modello provando per esempio a cercare modi per esportare ricchezza, contrastare anche solo per il puro piacere di apparire o perchè soggiogati da lobby …

    1. Il modello è stato provato in parte in alcuni paesi piccoli, come racconta De Simone. Restando in ambito problem solving, il primo passo è definire i problemi, il secondo trovare soluzioni. In seguito una soluzione va provata su piccola scala e se funziona applicata su larga scala, altrimenti si deve ridefinire il problema per arrivare a nuove soluzioni. Come si trasmigra da un modello all’altro? Questo è un altro problema da definire e risolvere a parte; non bisogna mai confondere un problema con un altro, o farsi distrarre da altri problemi sacrosanti, ma da affrontare in altra sede per non disperdersi né frustrarsi.

  4. Interessante. Io poi me ne sento direttamente coinvolta.
    Un anno fa mi sono licenziata, non ho perso granchè: contratto a progetto, ambiente invivibile, superiore lasciamo perdere, stipendio poi…
    Essendomi licenziata io non ho diritto al sussidio di disoccupazione, sono troppo “vecchia” per rientrare in qualche falso piano per l’occupazione giovanile e troppo giovane per chiedere altre forme di aiuti, e con pochissimi anni di contributi versati. Tra i miei coetanei siamo in tanti messi così, chi è nato negli anni 70 si trova a metà tra due generazioni per così dire.
    Mi rifiuto di chiedere soldi alla mia vicina per le piccole gentilezze che le ho sempre fatto: spesa, bollette, etc. Pure c’è chi anche di questo fa bussiness.
    Il reddito di cittadinanza sarebbe il mio sogno: trovata una casina con orto potrei dedicarmi ai miei interessi e continuerei ad essere attiva così come lo sono ora, curando, consigliando, sostenendo, ma senza l’ansia da reddito… Credo tornerebbe utile soprattutto a quelle anime artistiche, difficile essere creativi se si ha il fiato sul collo…

    1. Cara Cirstina, hai colto il succo del problema con questa frase: “potrei dedicarmi ai miei interessi e continuerei ad essere attiva così come lo sono ora, curando, consigliando, sostenendo, ma senza l’ansia da reddito”. Grazie!

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