Cicale e formiche 2.0

La famosa favola di Esopo riscritta da me alla luce della situazione attuale del lavoro. E’ tratta dal libro “C’era st(r)avolta”, di Lidia Calvano e Luigina Sgarro, Homeless Book.

La cicala e la formica in versione originale

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Era d’inverno, e le formiche stavano asciugando il loro grano, che si era bagnato. Ed ecco che una cicala affamata andò a chiedere loro del cibo. Ma le risposero le formiche: “Perché durante l’estate non hai fatto anche tu provviste?”

Rispose la cicala:

– Non ne avevo tempo, ma cantavo armoniosamente.

E quelle, ridendole in faccia, le dissero:

– Beh, se nel tempo estivo cantavi, d’inverno balla.

La favola insegna che in ogni circostanza di vita bisogna guardarsi dall’essere trascurati, per non soffrire e non trovarsi nei pericoli.

Esopo, VI sec. a. C.

Cicale e formiche 2.0

Favola st(r)avolta da Umberto Santucci.

C’era una volta un mondo in cui le formiche si facevano beffe delle cicale infreddolite e affamate che, invece di imprigionarsi in una catena di montaggio per produrre cose utili al formicaio e alla regina, avevano preferito svolazzare qua e là, prendere il sole e dedicarsi a cose piacevoli per sé e per altri come la poesia e la musica. Per produrre tutto ciò che serviva alla società era necessaria una gran quantità di lavoro, e le formiche erano proverbiali per la loro capacità di fare lavori faticosi e ripetitivi, ed eseguivano in modo disciplinato e silenzioso tutti i compiti utili a far funzionare il formicaio. Fra quei compiti non era previsto né l’ascoltare il canto delle cicale, né l’assistere cicale o altri insetti in difficoltà. Le povere cicale dovevano implorare per pietà ciò che a loro sarebbe spettato di diritto, ma che non veniva riconosciuto perché la loro attività non era considerata utile né nobile quanto tutto ciò che procurava un virtuoso sudore della fronte.

Ma un bel giorno le formiche si resero conto che con il loro lavoro non miglioravano più di tanto le loro condizioni, facevano solo arricchire a dismisura quelli che comandavano. Il malcontento cominciò a serpeggiare fra un formicaio e l’altro, ci furono scioperi e proteste, fino a che i sindacati mirmecofili si organizzarono e pretesero un trattamento migliore: orari ridotti, assistenza nel caso che non fossero più adatte a lavorare, salari più alti. Dopo un periodo di sconcerto, regine e dirigenti corsero ai ripari, e finanziarono la ricerca di nuove tecnologie per automatizzare i processi di lavorazione in modo da rendere in gran parte inutile il lavoro delle formiche lungo le filiere che dai campi arrivavano fino alle officine sotterranee dei formicai. In breve, tutte quelle che non erano impegnate nei servizi ai dirigenti e nella gestione degli impianti di automazione restarono disoccupate.

Man mano che le capacità delle formiche diventavano inutili, le cicale venivano impegnate per intrattenere tutti gli insetti  che avevano sempre più tempo libero, e per insegnare loro come sopravvivere senza lavorare, inventandosi attività che potessero dare gioia e aiuto agli altri. Molti insetti aderirono con gioia e creatività, ma le formiche operaie erano capaci solo di lavorare lungo una catena bene organizzata, e lasciate a se stesse si abbrutivano nell’ozio e nel terrore della miseria incombente.

Governanti e consiglieri proposero strategie diverse per affrontare il problema delle masse crescenti di formiche disoccupate. Alcuni formicai si accordarono con i formichieri che avrebbero mangiato le formiche in eccesso, altri fomentarono l’odio tra formiche nere e formiche rosse, in modo che si combattessero e sterminassero a vicenda. Altri ancora temevano che la sparizione delle formiche avrebbe fatto calare le vendite di cibi e prodotti con calo dei profitti e del gettito fiscale, ma non sapevano come gestire le masse crescenti di disoccupati. Un giorno un gruppo di cicale prese il potere in un formicaio, con l’aiuto delle formiche alate, e propose un piano per impiegare le formiche disoccupate nella nuova industria del divertimento. Ma le formiche operaie non erano adatte, perché sapevano solo trasportare chicchi di grano. Le cicale si rivolsero ai grilli e alle formiche alate, che costituirono la nuova élite del formicaio, con le ex operaie che venivano tenute in vita solo per smaltire la produzione in eccesso degli impianti robotizzati.

Ben presto il formicaio delle cicale divenne un’attrazione con le sue discoteche, i cinema, le sale da concerto, i giochi e le attività sportive. Gli altri formicai invece erano caduti in mano a signori della guerra come gli scarabei ercole e i terribili cerambici, o alle mantidi religiose che volevano costringere alla preghiera anche libellule e grilli, notoriamente frivoli e mondani, e si facevano aiutare da scolopendre e scorpioni capaci di mettere paura a tutti con i loro aculei avvelenati.

Da questi infelici formicai spesso formiche e altri insetti scappavano con la speranza di trovare formicai più accoglienti.

cicala formica

Un giorno una formica fuggitiva giunse nei pressi del formicaio delle cicale, durante un festival di insetti canterini. Si era fatta sera, e le cicale avevano ceduto il palco ai grilli. Una di esse stava bevendo una birra con il suo gruppo, e vedendo la formica sola e in disparte, la invitò a bere con loro. La formica era restia, ma dopo qualche insistenza accettò e si sedette con l’allegra brigata.

– Perché non volevi sederti con noi? – Le chiese la cicala.

– Perché ho paura di te.

– Paura di me? Ma io non ho mai fatto male a nessuno!

– Tu no, ma io sì. Ho fatto male proprio a te. E ho paura che te ne ricordi.

– Oibò, e quando mai mi avresti fatto del male? Io sono allegra, canto e ballo, mi diverto e faccio divertire gli altri, e penso che a nessuno venga voglia di farmi qualcosa di spiacevole.

– Appunto. Tu cantavi e ballavi, e io dovevo trasportare chicchi di grano più grandi di me, sotto il sole. Mi faceva rabbia che alcuni fossero così fortunati mentre altri dovevano sudare sette camicie con un lavoro duro e ripetitivo, privo di soddisfazioni personali. Ma un giorno, nell’inverno più freddo degli ultimi tempi, mi tolsi la soddisfazione di vederti bussare alla mia porta. Non ho saputo resistere alla voglia di umiliarti, ma ora capisco che non fu una bella azione.

– Sì, erano i tempi in cui dovevate lavorare, prima della grande automazione. Sinceramente non ricordo la scena che mi hai raccontato, perché per noi era abbastanza normale essere cacciate via quando vi chiedevamo aiuto, quindi tu non eri diversa dalle tue colleghe.

– Ma come, tu eri la vittima del mio egoismo, e non te ne ricordi neanche? E non serbi rancore a me e alle formiche come me?

– Tu credevi di essere privilegiata, ma anche tu eri vittima di un sistema che ti teneva legata alla catena, e che ha fatto in modo che addirittura rimpiangessi quella catena quando gli stessi che ti ci avevano legata decisero all’improvviso di togliertela. E ti avevano educato a pensare solo a te stessa, a competere con gli altri senza pietà, a lavorare per tutta la giornata senza distrazioni e fantasie, perché volevano che tu fossi stupida e feroce come loro.

– Ma ora tu sei la privilegiata, e invece di cacciarmi via come io feci con te, mi inviti a bere al tuo tavolo. Non capisco.

– Vedi, ragioni ancora come se fossimo nemici! Ma io non ti ho mai considerata una nemica. Pensaci bene: tu sai fare lavori manuali e tecnici, io so cantare e ballare. Tu potresti aiutarmi a portare in giro i nostri strumenti, e noi ti insegneremmo a manovrare le luci e l’amplificazione.

– Mi stai dicendo che potrei lavorare con te?

– Lavorare no, lo sai che a me non piace lavorare, piace divertirmi. E noi qui ci divertiamo e facciamo divertire.

– Ma come faccio a divertirmi se non ho un soldo in tasca?

– Da noi i soldi non ti servono. Per poterci divertire dobbiamo avere da mangiare, da dormire, e ci ospitiamo l’un l’altro, perché se ho bisogno del tuo aiuto so che mi aiuterai, se hai bisogno del mio aiuto ti aiuterò.

– Lo scenario che mi mostri è troppo bello per essere vero. Purtroppo la realtà è sempre spiacevole, quindi ti chiedo: dov’è la fregatura?

– Non c’è. Vedi come sei condizionata, come devi imparare a pensare in modo fraterno, invece che secondo il vecchio detto “formica formicae lupa”? Per fare buona musica si devono accordare gli strumenti, e più suoni bene tu, più fai suonare bene me.

– Bene. Mi hai convinto. Allora, quando cominciamo?

– Ora… cioè, domani. Stasera facciamoci una bella bevuta e andiamo a sentire un nuovo gruppo di grilli hip hop. Domani vediamo da dove possiamo cominciare con te.

– Devo chiederti ancora una cosa: mi daresti due schiaffi?

– E perché mai?

– Per assicurarmi che non sto sognando!

– Ma tu stai sognando. Sei appena entrata nel nostro sogno, in quello che cantavamo e che voi disprezzavate. Un sogno che stiamo realizzando sulle rovine del vostro mondo!

Dopo appena qualche mese, la formica operaia disoccupata diventò un apprezzato road manager di un gruppo di cetonie e lucciole specializzate in burlesque.

La favola è pubblicata nell’ebook “C’era St(r)avolta” http://www.homelessbook.it/c-era-stravolta.html

2 thoughts on “Cicale e formiche 2.0”

  1. Mi sento completamente inserito in questa favola che non fa altro che esaltare la parte della vita considerata non seria e quasi inutile, ma che poi alla fine sembra essere piu’ saggia dell’altra parte che ha portato il nostro bel mondo a questo punto di degrado. Il commento di una vecchia cicala come me deve essere d’accordo con la storia
    che, in realta’, e’ una visione chiara della situazione attuale.

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